Il teatro milanese propone una lunghissima commedia in musica di Florian Leopold Gassmann, musicista garbato ma abbastanza fiacco. Tre ore di noia. D’altronde, la satira funziona se il pubblico conosce ciò che viene satireggiato
Di tutti gli spettacoli inventati dall’uomo, l’opera è quello dove il sublime è più vicino al ridicolo (e viceversa). Non stupisce quindi che il melodramma sia nato, in pratica, insieme alla sua parodia: sono le opere sull’opera, le meta opere, le opere al quadrato, un vero “genere” che ha visto cimentarsi, fra i molti altri, Campra, Mozart, Salieri, Cimarosa, Paisiello, Päer, Fioravanti, Rossini, Gnecco, Donizetti, Adam, Pedrotti, Offenbach, Britten, Berio e volendo anche Strauss. Di questo catalogo, il prodotto forse più noioso è L’opera seria di Florian Leopold Gassmann (boemo italianato, 1729-1774) e naturalmente è quello che la Scala ha deciso di mettere in scena. Questa lunghissima commedia in musica del 1769 si giova, si fa per dire, di un libretto a tratti arguto ma drammaturgicamente sgangherato di Ranieri de’ Calzabigi, quasi il pendant buffo dalla sua celebre, serissima e anche un po’ seriosa riforma attuata con il cavalier Gluck. E infatti echi delle fierissime polemiche estetiche dell’epoca si ritrovano puntualmente nel libretto.
Gassmann è un musicista garbato ma abbastanza fiacco, né Calzabigi gli offre molto a parte i soliti battibecchi fra l’impresario, Fallito di nome e di fatto, il poeta e il compositore, e poi il consueto castrato (che però stranamente è un tenore benché contraltino) che fa i capricci, le primedonne, addirittura tre, Stonatrilla, Porporina e Smorfiosa, che litigano e così via. Ci sono anche i tre “madri” delle suddette, milfone en travesti che però compaiono ai tempi supplementari, quindi sprecate. Sconsiglio tuttavia agli spettatori di scegliere la libertà prima della fine, come sabato hanno fatto molti, perché il terzo atto, quando la scalcinata compagnia mette finalmente in scena l’opera seria Oranzebe, è decisamente più divertente dei due precedenti. Lì finalmente la Scala laughs!, come la Garbo, ma dopo essersi educatamente sciroppata tre ore di noia.
Forse c’è anche un altro problema. La satira funziona se il pubblico conosce ciò che viene satireggiato. Ma la Scala ha giusto quei venti-trent’anni di ritardo sul resto del mondo per quel che riguarda il Settecento, sicché quando finalmente diedero il Giulio Cesare di Händel toccò leggere sul principale quotidiano milanese che andava in scena “una rarità”: una rarità di repertorio corrente in tutto il mondo e che l’ultimo dei provinciali come il sottoscritto ha visto dal vivo soltanto ventuno volte. Insomma, se alla Scala Händel si fa poco, Vivaldi mai e i napoletani non sono pervenuti, è difficile che il suo pubblico abbia chiaro di quale “opera seria” ci si facciano beffe. Il teatrone si è comunque impegnato. Christophe Rousset dirige una joint venture fra i suoi Talents Lyriques e l’Orchestra della Scala su strumenti storici, il che non ha evitato vistosi spernacchiamenti degli ottoni; per il resto, direzione vivace ma forse non abbastanza per vivacizzare anche Gassmann.
Laurent Pelly, grande regista che in altre occasioni mi ha fatto ridere fino alle lacrime (i suoi Offenbach sono nella storia: a proposito, magari qualcuna delle sue opéra-bouffe si potrebbe pure fare, invece che questi accanimenti terapeutici su titoli morti), qui appare piuttosto incolore, almeno fino al ricordato terz’atto. La compagnia è l’aspetto migliore della serata. Lo spazio è finito e mi limito a elencarne le prime parti, da ringraziare perché, chi più chi meno, hanno cantato e recitato bene e perché, tutti, hanno imparato un’opera che è improbabile abbiano occasione di ricantare: Pietro Spagnoli, Mattia Olivieri, Giovanni Sala, Josh Lovell, Julie Fuchs, Andrea Carroll, Serena Gamberoni e Alessio Arduini.