Dopo 83 anni, la chiusura di Voice of America e delle sue emittenti internazionali segna un cambio di rotta verso una politica isolazionista e autoritaria. Le voci libere di 3.500 giornalisti ora si fanno silenziose. Il racconto di Ksenia Turkova Choate
Dopo 83 anni, Donald Trump ha fatto cessare le emissioni di Voice of America (VoA), che era stata creata per combattere contro Hitler, e aveva poi continuato a operare durante la Guerra fredda e dopo. Con essa anche Radio Free Europe/Radio Liberty, Radio Free Asia e Radio Martí, che pure avevano la missione di “presentare le politiche degli Stati Uniti” al mondo, e al tempo stesso di “costituire una fonte di news affidabile e autorevole”. Erano oltre un centinaio i paesi che ricevevano le loro emissioni, e oltre 3.500 i giornalisti licenziati – 1.300 soltanto a VoA. Tra di loro c’è Ksenia Turkova Choate, giornalista e linguista russa, che dice al Foglio: “Ho iniziato a lavorarci nel 2017, quando mi sono trasferita negli Stati Uniti dall’Ucraina, dove vivevo a quel tempo. La mia esperienza è stata molto positiva: in quanto organizzazione multilingue, VoA mi ha dato l’opportunità di lavorare in diverse lingue. Ho lanciato molti progetti, tra cui programmi tv, documentari e podcast”.
Adesso Ksenia, in un articolo sulla testata russa in esilio Moscow Times, ha detto di riscontrare inquietanti rassomiglianze tra ciò che aveva fatto Vladimir Putin in Russia e ciò che sta facendo Trump in America. “Non c’è dubbio che ci sono ancora differenze – dice la giornalista – L’America è ancora una democrazia. La Russia sta ancora cercando di superare il suo passato sovietico, e probabilmente non vuole superarlo, a essere onesti. Tuttavia, ci sono alcuni modelli che le persone che hanno vissuto in Russia possono facilmente riconoscere, e che mettono paura. Rivendicazioni territoriali, annessioni ‘in nome della protezione della popolazione’: ne abbiamo sentito parlare dal 2014, quando la Russia ha sequestrato la Crimea ucraina, e ora lo sentiamo qui in America. Il vicepresidente degli Stati Uniti parla di impossessarsi della Groenlandia ‘in nome della sicurezza’. Abbiamo anche visto come il Cremlino stia spingendo il concetto di ‘valori tradizionali’, quando solo una famiglia eterosessuale con due genitori e molti figli (uno è considerato non abbastanza) viene considerata normale. Infine, Trump ha detto alla Nbc che ‘non sta scherzando’ sulla possibilità di fare un terzo mandato, e che ci sono metodi che glielo permetterebbero. E’ ciò che ha fatto Putin, e conosciamo quei metodi: ha passato la presidenza a Dmitri Medvedev per un mandato per poi tornare dopo. Noi russi abbiamo un effetto déjà-vu, ed è davvero spaventoso. I media sono per ora l’unica parte di questo puzzle, ma è una parte molto importante. Putin ha iniziato la sua presidenza attaccando il canale tv privato più popolare e influente. Ha finito per etichettare i media e i giornalisti non propagandisti come ‘nemici dello stato’. Io sono tra loro: a gennaio sono stata designata ‘agente straniero’. E ora in America Trump sta attaccando i media, rendendo la polarizzazione americana sempre più profonda”.
Turkova Choate è una linguista e dice che “uno degli strumenti cruciali per qualsiasi dittatore è la lingua”. Tutti i dittatori “creano il proprio vocabolario e la propria realtà linguistica, per far vivere le persone in essa – continua – Dopo che Putin aveva creato quella lingua per anni, la guerra in Ucraina lo ha aiutato ad accelerare e finalizzare quel processo. Le parole nella realtà di Putin hanno significati diversi. Quando il mondo intero chiama la guerra in Ucraina ‘guerra’, Putin ha imposto per legge a tutti di chiamarla ‘operazione speciale’. Quando l’esercito russo occupa una città ucraina, la chiamano ‘liberazione’. Qualsiasi informazione su ciò che sta realmente accadendo in Ucraina dicono che è ‘falsa’, o che ‘scredita l’esercito russo’. Inoltre, la chiave per il dittatore è creare una lingua che divida le persone: patrioti e traditori, per esempio”.
Voice of America e le altre emittenti silenziate rappresentavano il soft power americano nel mondo, ma la visione che ha Trump è diversa, è “narcisistica”, dà priorità “all’interesse personale del paese sopra ogni altra cosa, liquidando le preoccupazioni esterne come irrilevanti. Questa prospettiva mina un ruolo cruciale che l’America ha svolto per secoli: una nazione che tende la mano ai vulnerabili, spezzando la repressione e i vuoti di informazione per aiutare le persone ad accedere alla verità”.