Così Trump sta deformando la credibilità dell’intelligence americana

Nomine e tagli dettati dell’ideologia (e dalla fedeltà) compromettono le agenzie che proteggono il paese. Il caso Dan Bongino si sta ripetendo in tutta la comunità dei servizi segreti e coinvolge seconde, terze e quarte linee dirigenziali, tutte di nomina dell’esecutivo

C’è un articolo di qualche anno fa della rivista satirica americana The Onion che ha ricominciato a girare in queste settimane a Washington, sulle chat degli addetti ai lavori della sicurezza nazionale. Il titolo è: “L’Fbi scopre un piano di al Qaida: mettersi comoda a sedere a godersi il collasso degli Stati Uniti”. Ironia amara nel paese che l’11 settembre 2001 fu colpito dall’organizzazione di Osama bin Laden. Ma c’è chi teme che effettivamente terroristi e paesi nemici stiano osservando con grande interesse cosa sta accadendo nell’apparato di intelligence statunitense, per capire quali opportunità si aprono per chi sogna di attaccare l’America. Perché come in molti altri ambiti, anche sul fronte dell’intelligence e della sicurezza il secondo mandato di Donald Trump si sta rivelando un tornado, con conseguenze di lungo termine ancora da scoprire. Le diciotto entità che fanno parte di quella che a Washington dagli anni Cinquanta si chiama intelligence community sono in pieno caos. Dalla Cia all’Fbi, dalla Nsa alle agenzie militari del Pentagono, non c’è apparato della sicurezza americana che in questi giorni non risenta del duplice effetto creato dalle nomine di Trump, tutte concentrate sulla discriminante della fedeltà al presidente, e dai tagli di budget e organici decisi da Elon Musk e dai giovanissimi della task force del Doge (Department of Government Efficiency).


La scelta della filorussa Tulsi Gabbard come direttrice della National Intelligence (Dni), cioè la figura che deve coordinare le diciotto realtà della comunità, non è che la punta dell’iceberg di ciò che si muove all’interno del mondo dei segreti americano. Una situazione che secondo il Wall Street Journal sta spingendo gli alleati del gruppo Five Eyes addirittura a valutare se e cosa condividere d’ora in poi con gli Stati Uniti, per il timore che non sappiano più custodire le informazioni riservate. Sarebbe una novità epocale. Five Eyes è il nome che riunisce i servizi di intelligence di Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Australia e Nuova Zelanda ed è il patto tra servizi segreti più potente ed efficace della storia. E’ il G5 dello spionaggio, che ora sta valutando se non sia il caso di muoversi come un G4 e tagliare fuori gli americani. Una mossa che sarebbe accolta con festeggiamenti a Pechino, Teheran e Mosca. Che i presidenti nominino persone di loro fiducia alla guida di realtà come Cia e Fbi non è certo una novità. E’ sempre accaduto e spesso i prescelti avevano come dote principale non le competenze, quanto la fedeltà all’inquilino della Casa Bianca. Stavolta però c’è qualcosa di diverso e forse il modo migliore per capire cosa sia cambiato è paragonare Mark Felt a Dan Bongino.



Felt era un agente simbolo dell’Fbi, un G-Man cresciuto nel Bureau e salito nel corso dei decenni fino al posto di vicedirettore e braccio destro del potentissimo J. Edgar Hoover. Quando quest’ultimo morì nel 1972, il presidente Richard Nixon – che come molti suoi predecessori lo temeva e lo odiava in egual misura – decise di piazzare alla guida dell’Fbi un uomo di fiducia, L. Patrick Gray, che ripagò il suo capo distruggendo alcuni dei documenti dello scandalo Watergate. Gray, il ministro della Giustizia John Mitchell e i consiglieri di Nixon fecero di tutto per cercare di insabbiare le indagini sullo scandalo che minacciava la Casa Bianca. Ma la tradizione dell’Fbi prevedeva che le attività operative fossero gestite dal vicedirettore, che non era di nomina politica bensì sempre un uomo di carriera cresciuto nel Bureau. Fu grazie a questa garanzia di indipendenza che Felt riuscì a fare due cose decisive: fare scudo apertamente per difendere i suoi agenti dalle ingerenze del potere esecutivo e lavorare di nascosto per passare a Bob Woodward del Washington Post le notizie riservate sulle indagini. Solo trent’anni dopo si scoprì che Felt era la famosa Gola Profonda, la fonte segreta che aveva permesso a Woodward e Carl Bernstein di far dimettere Nixon.



Cinquant’anni dopo, il posto che fu di Felt sta per essere preso da Bongino, il conduttore di un celebre podcast che da anni prende di mira l’Fbi definendola un’organizzazione corrotta e deviata. Bongino ha fatto il poliziotto a New York e una decina di anni fa ha fatto parte del Secret service, l’agenzia federale a cui è affidata la protezione del presidente, ma non ha mai lavorato all’Fbi. Il nuovo direttore Kash Patel, un uomo di fiducia di Trump che a sua volta non ha esperienza nel mondo dei “federali”, aveva promesso agli agenti che avrebbe rispettato la tradizione di scegliere un vice operativo che provenisse dalle fila del Bureau, come Felt e molti altri dopo di lui. Invece è arrivato Bongino e con lui l’annuncio che Patel si appresta a trasferire da Washington in periferia 1.500 agenti dell’Fbi ritenuti poco “allineati” con il nuovo governo. Quello che Trump e il suo ministro della Giustizia Pam Bondi stanno probabilmente cercando di fare, è scongiurare qualsiasi possibilità che l’Fbi agisca da agenzia indipendente – come dovrebbe essere per legge – e vigili anche sulla Casa Bianca, come era successo ai tempi di Nixon e del primo mandato trumpiano, ma anche durante la presidenza di Joe Biden con le indagini sul figlio Hunter. Trump non vuole trovarsi più tra i piedi personaggi come il rispettato ex direttore dell’Fbi Robert Mueller, che anni fa condusse l’inchiesta indipendente sulle ingerenze dei russi nelle elezioni del 2016.



Il caso Bongino è qualcosa che si sta ripetendo in tutta la comunità di intelligence: non più soltanto capi scelti dalla Casa Bianca, sotto ai quali in passato continuavano a lavorare funzionari di carriera, ma stavolta anche seconde, terze e quarte linee dirigenziali tutte di nomina dell’esecutivo. Un cambiamento profondo che sta raggiungendo il cuore degli apparati di sicurezza americani. Alla Cia il direttore scelto da Trump, John Ratcliffe, sta spingendo perché tanti tra i ventimila agenti del più celebre servizio di spionaggio al mondo accettino le proposte di “dimissioni incoraggiate” con le quali Musk vuole ridurre gli organici. Decenni e decenni di esperienza accumulata studiando la Russia, l’Iran o la Cina si apprestano così a lasciare Langley, per riversarsi magari nel settore privato. Insieme all’indebolimento dell’Fbi, è una ricetta perfetta per aprire la porta a spie e talpe pagate dai governi stranieri, che non vedono l’ora di infilarsi nei luoghi più protetti d’America. Alla National Security Agency, la supersegreta agenzia specializzata nella raccolta dati e nello spionaggio elettronico, sono in migliaia ad attendere da un momento all’altro l’arrivo dei tagli. Al dipartimento di stato sono già spariti gli uffici dedicati all’analisi delle ingerenze straniere. Anche alla Homeland Security, il ministero che Trump ha affidato all’alleata Kristi Noem, ex governatrice del South Dakota, è stata subito smantellata la Cybersecurity and Infrastructure Security Agency (Cisa), che aveva il compito di dare la caccia ad hacker russi e cinesi intenzionati a penetrare le reti informatiche americane. Al Pentagono le agenzie di intelligence di esercito, marina e aviazione, insieme a quelle che vigilano sulle attività spaziali, sono in pieno ridimensionamento. A coordinare questo gigantesco cambio di paradigma, nel quale i russi non sono più nemici e la dottrina dell’America First spinge a ridurre occhi e orecchi americani sparsi nel mondo, è la controversa Gabbard, che a sua volta deve stare attenta che Musk non arrivi anche da lei con le sue forbici. Il Dni è un ufficio istituito dopo l’11 settembre per abbattere le barriere tra le diciotto agenzie della comunità e permettere un più efficace scambio di informazioni, ma fin dalla sua nascita viene ritenuto da molti un ente superfluo. Tanto più oggi che ha millecinquecento dipendenti di cui non sono chiare le mansioni. Musk l’ha già messo nel mirino.



Tulsi Gabbard dovrà difendere il proprio ruolo anche delineando una chiara strategia di intelligence che al momento non si vede. La direttrice è arrivata all’incarico superando i dubbi che aveva su di lei il Senato, dopo che per anni non aveva nascosto la propria simpatia per Vladimir Putin e per Bashar el Assad. Gabbard ha attaccato a lungo l’Amministrazione Biden sull’Ucraina, accusandola di alimentare la guerra solo per espandere la Nato e nutrire l’industria degli armamenti (tutte tesi perfettamente in linea con quelle di Putin). Le agenzie di intelligence che adesso sta guidando, sono state per lungo tempo oggetto dei suoi attacchi e delle accuse di spiare illegalmente gli americani. Negli anni della presidenza Obama, Gabbard andava in televisione ad accusare l’allora direttore della Cia John Brennan di essere “un nemico domestico” che andava rimosso, mentre lodava Edward Snowden – oggi rifugiato politico a Mosca – per aver diffuso i segreti della Nsa. Il Cremlino ha sempre mostrato di apprezzare le prese di posizione della Gabbard. Gli alleati dei Five Eyes non sono dello stesso avviso e non si fidano più a discutere temi segreti con gli americani.

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