Le regole di Zla Mavka, il movimento che combatte i russi nei territori occupati

La resistenza beffarda delle donne ucraine: “Volevamo che i soldati russi sapessero che non sono riusciti a soggiogarci”. Ecco allora la vodka modificata, i manifesti, i soldi finti e le loro storie. Intervista da un buco nero

Kyiv, dalla nostra inviata. Mavka Uno risponde da una stanza isolata, nascosta e raggiunta dopo aver preso delle cautele ben preparate: i russi ascoltano tutto e lei è tra le fondatrici di un movimento femminile di resistenza che dentro ai territori occupati dell’Ucraina fa tutto il possibile per far sentire l’esercito di Mosca sgradito e osteggiato. Il movimento si chiama Zla Mavka, ha iniziato le prime azioni nel 2022, nei primi giorni dell’invasione, quando i russi, procedendo dalla Crimea e da est, iniziarono a penetrare dentro al territorio dell’Ucraina rendendo le zone conquistate un buco nero. “All’inizio non pensavamo a delle azioni di resistenza, volevamo soltanto aiutare gli altri cittadini che come noi erano in difficoltà”. Poi l’occupazione si è fatta più feroce, si è stabilizzata, “allora abbiamo deciso di concentrarci nel mostrare ai russi cosa pensiamo di loro. Volevamo che sapessero che non sono riusciti a soggiogare le donne ucraine, che resistiamo come ucraine e come donne”. Zla Mavka prende il nome da Mavka, un personaggio del folklore ucraino, uno spirito della foresta che protegge dalle intrusioni degli uomini sconosciuti e non voluti. Zla invece vuol dire “cattiva”.

Le cattivissime Mavke erano prima un gruppo molto ristretto che mostrava su Telegram i risultati delle loro azioni: “Cartelloni, manifesti e volantini contro i russi, tutti creati con un buon senso artistico perché alcune di noi sono delle disegnatrici. Poi, altre donne hanno iniziato a mandarci le foto degli stessi cartelli affissi in altre zone dei territori occupati. Comparivano a Enerhodar, Kherson, in Crimea. Ci siamo rese conto che non eravamo più un gruppo, improvvisamente eravamo diventate un movimento diffuso in tutta l’Ucraina occupata”. La consapevolezza di essere tante e di essere ovunque le ha portate ad affinare i metodi di sabotaggio e resistenza. Non potevano più limitarsi ai manifesti artistici da affiggere per le città e, sebbene questa forma di azione rimanga ancora il loro segno distintivo, sono passate all’azione. “Abbiamo studiato metodi, creato un chatbot che spiega come essere parte del movimento e come agire. Siamo circa duecento donne che partecipano attivamente con azioni regolari”, alcune più memorabili, altre di routine. Mavka Uno si affretta a raccontarne una diventata leggendaria: “Senti questa, è tra le mie preferite: ogni tanto abbiamo la possibilità di mandare dei doni ai soldati russi – trascina la parola doni, pronunciandola con un sarcasmo compiaciuto – L’idea è stata di Mavka Due, che ha un po’ più esperienza di tutte e produce un samogon perfetto. Quando un gruppo di soldati torna dal fronte, sappiamo già che cerca ovunque da bere, vogliono solo ubriacarsi, così noi abbiamo preso la vodka fatta in casa, siamo andate in farmacia a comprare i lassativi e li abbiamo versati dentro all’alcol in grandissime quantità. Abbiamo impacchettato le bottiglie con bigliettini di omaggio, in cui ringraziavamo l’esercito per averci liberate dagli ucraini. Sapevamo che ci avrebbero creduto davvero: il contenuto del pacco per loro era irresistibile. Abbiamo spedito le bottiglie e abbiamo capito che erano arrivate a destinazione quando su Telegram un corrispondente militare russo si è scagliato contro la stupidità dei soldati che accettano doni dai locali”.

Mavka Uno ha una voce chiara, giovane, una risata calda che rimbomba leggermente nella stanza in cui si è chiusa. Non lascia trapelare la minima diffidenza nel rispondere alle domande, è contenta di raccontare e sa che fuori dai territori occupati come dentro le azioni del movimento sono sempre più celebri. La celebrità non la mette in pericolo, ma aiuta a infastidire di più i russi.



La trasformazione del gruppo è stata spontanea, da un’attività volta a mantenere viva la cultura ucraina, a opporsi alla propaganda, Zla Mavka è diventato un movimento di sabotaggio: “Bruciamo la bandiera della Federazione russa, oppure produciamo dei volantini che sembrano rubli, li lasciamo per strada e quando i soldati li raccattano ci trovano sopra frasi contro la Russia, gli slogan della resistenza diventati famosi. Proteggere l’identità ucraina è importante, tenere vive le nostre tradizioni è fondamentale, ma agire contro i russi è parte della lotta”. A volte le azioni sono più beffarde, altre più aggressive, molte beffarde e aggressive allo stesso tempo. “A dicembre, per la festa di San Nicola gli occupanti non volevano che i bambini ricevessero le caramelle. Noi non soltanto abbiamo fatto in modo che avessero quello che erano abituati ad avere, ma abbiamo provveduto a mandare dei regali anche ai soldati di Mosca. Impacchettati con i migliori auguri, hanno ricevuto dei sacchi neri della spazzatura, che poi sono gli stessi con cui avvolgono i cadaveri”. Mavka Uno dice di essere a Melitopol, città occupata nel 2022, nella regione di Zaporizhzhia. “I russi non pensavano che gli ucraini si sarebbero opposti al loro arrivo, e oggi vivono la resistenza come un oltraggio, ancora di più se è organizzata dalle donne, per questo ci teniamo molto a dire che il nostro è un movimento femminile”. Le regole di ingaggio sono ferree: chi fa parte di Zla Mavka non conosce e non chiede i nomi delle altre, solo le fondatrici conoscono l’identità l’una dell’altra; tutte devono avere più di diciotto anni, non si sono mai viste tra di loro e non parlano mai di argomenti personali. Non possono esporsi, tutto deve rimanere segreto: “Sappiamo che i membri di altri gruppi di resistenza sono stati arrestati, a noi non è mai successo. Stiamo attente, anche a cambiare spesso il tipo di azioni: è fondamentale per non farci riconoscere o seguire. I russi ci hanno sottovalutato in tutto, ora ne subiscono le conseguenze”.

Mavka Uno sogna il momento in cui potrà incontrare le altre, in cui potranno dirsi i nomi, guardarsi in faccia: “Siamo insegnanti, casalinghe, dottoresse. Molte sono donne di età avanzata, si capisce dalle parole che usano. Quando è stata liberata Kherson pensavamo davvero che presto sarebbe successo a noi, pregustavamo il momento in cui ci saremmo date tutte appuntamento. Invece no, siamo ancora sotto occupazione”. Le Mavke hanno scelto di restare o non se ne sono potute andare dai territori occupati. Uscire ha un prezzo: bisogna passare per i campi di filtraggio russi, in cui Mosca studia il passato di ognuno e ognuno rischia per un’amicizia, un commento sui social, qualcosa di cui non è neppure a conoscenza. Mavka Uno è rimasta, il rischio di passare in un campo di filtraggio è troppo alto, sarà disposta a correrlo se si renderà conto che non ci sarà più nulla da fare. Un’altra risata, una speranza: “La prospettiva di essere liberati esiste ancora”.

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull’Unione europea, scritto su carta e “a voce”. E’ autrice del podcast “Diventare Zelensky”. In libreria con “La cortina di vetro” (Mondadori)

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