Dieci artisti per dieci ferite aperte della città di Milano. Sfida in Triennale

Da Tangentopoli a Piazza Fontana fino agli omicidi del commissario Luigi Calabresi e di Walter Tobagi: una mostra “che rappresentano quei momenti in cui la città ha tradito sé stessa”, spiega Ludovico Pratesi che insieme a Marco Bassan ha firmato il progetto

Milano ha ferite che faticano a rimarginarsi e la Triennale, nel pieno della vitalissima Fashion Week, ha deciso di mostrarle in modo inedito. “Le ferite di Milano. Come l’arte può ricucire la storia”, aperta al pubblico da domani e fino al 30 marzo, identifica dieci traumi nella storia cittadina passata e recente “che rappresentano quei momenti in cui la città ha tradito sé stessa”, spiega al telefono al Foglio Ludovico Pratesi che insieme a Marco Bassan ha firmato il progetto. Ci sono ferite ben cicatrizzate, altre che sanguinano ancora e fanno male solo a sfiorarle.

Pratesi lo sa bene: ha portato qui il progetto dopo una prima tappa a Roma, dove è di casa. “A Milano Bassan e io ci siamo fatti aiutare da un gruppo di storici: abbiamo selezionato con loro gli avvenimenti più significativi, indicati con una data e una via, puntando su quelli che hanno segnato per sempre il volto della città», dice. Eccola, la lista di dolore geolocalizzata: l’esecuzione di Amatore Sciesa durante le repressioni austriache (2 agosto 1851), i moti del 6 maggio 1898, la sanguinosa strage del Teatro Diana ad opera degli anarcoindividualisti infastiditi dai borghesi meneghini (23 marzo 1921), l’attentato a Vittorio Emanuele III in piazza Giulio Cesare all’inaugurazione della Fiera Campionaria (12 aprile 1928). Ferite profonde, vero, ma tutto sommato lenite dalla storia. Si soffre di più con la seconda cinquina di coordinate: Piazza Fontana (12 dicembre 1969), l’omicidio del commissario Luigi Calabresi (17 maggio 1972), quello di Walter Tobagi (28 maggio 1980), Tangentopoli (17 febbraio 1992), la bomba di via Palestro (27 luglio 1993), il tragico incidente aereo di Linate (8 ottobre 2001).

“Individuata la lista dei fatti e dei luoghi abbiamo selezionato dieci artisti contemporanei, milanesi o lombardi, e abbiamo affidato a ciascuno la cura di una singola ferita. Unico ingrediente a loro disposizione: un foglio bianco, da usare a piacimento”, racconta Pratesi. Se persino Daniel Libeskind, uno che sul tema ha ragionato parecchio visto che ha progettato Ground Zero a New York e il Museo Ebraico di Berlino, dice che il trauma non è qualcosa che si può curare, che senso ha una mostra così? Non a edulcorare la storia, ma a potenziare la memoria: “Che è compito degli artisti stimolare, un po’ come accadeva nel Rinascimento quando l’artista era necessario, non decorativo”, risponde Pratesi che, da buon romano, si mette subito a fare paragoni. A Roma gli artisti coinvolti nel progetto hanno puntato sul dramma, a Milano sulla storia, con opere più concettuali. “Perché le ferite di Milano sono politiche e bruciano ancora”, conclude. Abbiamo visto in anteprima i lavori dei dieci artisti italiani coinvolti (Camilla Alberti, Francesco Arena, Stefano Arienti, Ruth Beraha, Valentina Furian, Marcello Maloberti, Liliana Moro, Diego Perrone, Paola Pivi, Luca Vitone). Arena, che aveva il difficile compito di lenire l’omicidio Calabresi, ha scelto di piegare il foglio più volte possibile, per poi scrivervi “19.266 (i giorni dalla data dell’omicidio a quella della creazione del disegno, ndr.) di possibili interpretazioni”. Per inciso, tanto per dimostrare quanto serva poco sale a far bruciare una ferita aperta, a inizio settimana c’è stato uno scontro all’interno della stessa maggioranza (Europa Verde vs Pd) per la scelta di allestire i “Funerali dell’Anarchico Pinelli” di Enrico Baj in una forma “mutilata” nella Galleria Gesti e Processi del museo del Novecento (mutilata perché la finestra da cui cade Pinelli anziché sovrastare il resto dell’opera è stata messa sulla parete di lato, dettaglio che non è piaciuto a tanti e che ha stravolto il senso della composizione).

Mentre Marcello Maloberti ha citato l’ultimo sopravvissuto della strage di piazza Fontana, Valentina Furian si è dedicata a Tangentopoli, ferita che ha infettato a lungo la città, scegliendo di ritagliare il foglio assegnatole fino ad arrivare alla sua filigrana, quasi fosse una banconota. A voler aggiornare la toponomastica a questi ultimi anni, resta il dubbio su come trattare ferite sociali ormai diffuse su tutto il corpo della metropoli e per ora affidate solo alle cure, quotidiane ma spicce, della cronaca.

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