Le favole, da Omero in poi, e i racconti del mare colore del vino. Una lingua reinventata e una prosa che rimanda al ritmo dei flutti: tutto converge nel capolavoro visionario di D’Arrigo
“… una guerra finita ricomincia
e di passaggi sullo Stretto, a vita,
rimane un fazzoletto fra le dita”.
(Stefano D’Arrigo, “Codice siciliano”)
Quante volte, in quei vent’anni che D’Arrigo attese al suo opus magnum, il Ponte sullo Stretto fu annunciato, disdetto, progettato e cancellato
Quante volte, in quei vent’anni circa che Stefano D’Arrigo attese al suo opus magnum letterario, il Ponte sullo Stretto fu annunciato, disdetto, progettato e cancellato. Quante volte, nei decenni precedenti e successivi, il tira e molla tra gli intenti e i fatti s’era ripetuto e si sarebbe replicato. Ponte sì, Ponte no. Mille motivi contro e altrettanti a favore, un governo dopo l’altro, una generazione dopo l’altra che a risalirle s’arriva a Ferdinando II di Borbone, consegnato alla Storia per nequizia – con l’alias di Re Bomba – per avere ordinato il cannoneggiamento della cocciuta Messina nella rivoluzione del 1848. Con un ponte sullo Stretto si poteva controllare meglio l’isola, ma poco più di dieci anni dopo chissà quanto sarebbe servito a contrastare l’approdo dei garibaldini ai lidi calabresi. Nel parapiglia dell’unità d’Italia, fra eroismi e tradimenti, paradosso volle che fosse proprio la fortezza della Messina castigata a rifulgere per fedeltà a re Franceschiello. Il Ponte e le altre idee per collegare più rapidamente Scilla a Cariddi, il continente alla Sicilia (qualcuno pensò pure a un tunnel subacqueo) furono cosa che si poteva consegnare al futuro. Intanto il braccio fra i due mari Jonio e Tirreno, esiguo per distanza, restava consistente per miti, favole e accadimenti materiali. Se ne sentì talmente saturo Stefano D’Arrigo, così carico di storie per echi appresi e sedimentati che gli risultò difficile e bellissimo metterle sulle pagine, dove le correzioni a mano prevalevano via via sui caratteri battuti a macchina. Nato nel 1919 dal lato di Cariddi, nel borgo messinese di Alì Terme, D’Arrigo non fu solo autore ma parte viva di un’opera che corrispose a una primaria impresa biografica. Forgiatore indefettibile del libro in cui aveva riversato se stesso.
Scriveva e sovrascriveva, cancellava e rialimentava un romanzo immane come l’“Horcynus Orca”, il mostro marino che gli avrebbe dato il titolo
Scriveva e sovrascriveva, cancellava e rialimentava un romanzo immane come l’Horcynus Orca, il mostro marino che gli avrebbe dato il titolo definitivo. Superò alla fine le milleduecento pagine e coniò una lingua che riverberava il dialetto ma non era la “parrata missinisi”, piuttosto un idioma irreplicabile perché soltanto suo, che come osservò il critico Walter Pedullà può sgomentare o scoraggiare il lettore impaziente di fatti ma una volta avvezzatosi l’orecchio – quasi che il libro sia una conchiglia magica – avvolge e trascina, fagocita e affoga come il vortice di Cariddi temuto dagli antichi, come le plurime teste di Scilla che divorò sei compagni di Ulisse sulla nave nera che pure aveva appena superato indenne il tranello fonetico delle Sirene. Nello Stretto però non c’era stratagemma che tenesse, né cera sopra i timpani né corde per costringere il comandante all’albero dell’imbarcazione. Per passare quel mare bisognava pagare un pedaggio crudele, come sapevano i pescatori raccontati da D’Arrigo e le spavalde incantatrici “femminote” che attraggono e respingono il marinaio ’Ndrja Cambrìa reduce dalla guerra, l’ultimo conflitto mondiale, nel viaggio di ritorno dalla Calabria alla natia Sicilia. Ed è inutile, o inelegante, fare spoiler del ponderoso volume, perché i lettori che lo acquistarono giusto cinquant’anni fa erano tanti – ottantamila copie la prima edizione – ma quelli che vi si tuffarono fino all’ultimo gorgo furono certamente assai meno.
Allora, figuratevi adesso, scoraggiava la mole: 1.257 pagine contro la ben più leggera prima stesura di cui Elio Vittorini aveva pubblicato un assaggio sulla rivista Il Menabò nel 1960, munendolo di un burocratico glossario che irritò lo scrittore. Nel 1975, all’uscita del libro, la maniacale fatica della composizione fu un dito nell’occhio per molti colleghi che producevano (il verbo ci sta tutto) un romanzello all’anno. Pedullà, forse il massimo conoscitore di D’Arrigo, ricordava che la lunga gestazione di Horcynus Orca offese quasi come un cattivo esempio i “moraviani”, sicché Enzo Siciliano recensì inequivocabilmente: “Quest’Orca la cucino in fritto misto”. Provvide il tempo a ripulire articoli e padelle, giacché a differenza di decine di opere di cui s’è perduta memoria quella di D’Arrigo rimane, per citare Andrea Camilleri, “un capolavoro assoluto, uno dei pochi libri della nostra letteratura del ’900 (si contano sulle dita di una mano) destinati a durare nel tempo”. Intanto che Horcynus Orca intraprendeva il viaggio nel mare letterario, i progetti del Ponte continuavano a rappresentare, ora più ora meno, un chiacchiericcio di fondo all’epopea narrata nel romanzo, alle sue storie, apparendo e scomparendo nel pubblico dibattito come le fere (il nome scillocariddota dei delfini) tra le onde dello Stretto.
A febbraio di quest’anno, nel cinquantennale della pubblicazione, Rizzoli ha ristampato un’edizione ricca di apparati e di fotografie. E’ il racconto del marinaio ’Ndrja Cambrìa reduce dalla guerra, l’ultimo conflitto mondiale, nel viaggio di ritorno dalla Calabria alla natia Sicilia
A febbraio di quest’anno, nel cinquantennale della pubblicazione, Rizzoli ha ristampato nella Bur un’edizione ricca di apparati e di fotografie, ma nel frattempo già il teatro, un parco culturale, una fondazione di ricerca, un premio di poesia hanno celebrato l’autore morto nel 1992, il quale dall’inizio ebbe coscienza e volontà di realizzare un libro che gli dovesse sopravvivere. Fin dal 1956, quando vi pose mano, puntò al massimo dell’ambizione con un po’ di indispensabile follia e il costante sostegno della moglie Jutta, “che meriterebbe di figurare in copertina col suo Stefano”, le riconobbe nella dedica del romanzo. Oltre a lei, fondamentale fu la fiducia che gli diede Arnoldo Mondadori sebbene esasperato da quella tela di Penelope di cui neppure l’aria fina di Arcinazzo, dove lo scrittore s’era ritirato a lavorare, aveva accelerato il compimento. Il re degli editori disse che aveva cominciato con D’Annunzio e voleva terminare con D’Arrigo, ma non ci riuscì. Morì prima della pubblicazione. Mezzo secolo dopo, malgrado la sua complessità, il libro resta vivo e fresco: né “fritto misto” né “mosciame”, ossia la carne conservata delle fere considerata dalla gente dello Stretto al grado infimo della commestibilità determinato solo dalla fame, che costringeva a nutrirsi di quel mammifero marino rapinoso e privo della nobile connotazione con cui gli uomini del nord reputavano il delfino. I pescatori lo sogguardavano piuttosto come un beffardo folletto beccuto che dilacera le reti, strazia tonni e pesci spada, porta a disperazione i marinai e le famiglie a dispetto della loro scorza dura per cui venivano chiamati “pellisquadra”. Tutto, o tanto che riassumerlo è impossibile, avviene nel braccio di mare che prima del Ponte – se sarà così anche dopo, chissà – ha farcito l’Occidente di mitologemi e di racconti. Senza il novecentesco apporto letterario di D’Arrigo si poteva direttamente attingere all’Odissea per risentire la crudeltà di Scilla e il gorgoglìo dei mulinelli di Cariddi? Si poteva nuovamente immaginare il volto di Peloria, mitica dea delle paludi signoreggiante su Messina? Si poteva rievocare per comprenderla, tra il Faro e Villa San Giovanni, la tragedia di quei sangui effusi negli assedi, nelle guerre e per i terremoti la cui memoria resta impressa nell’inconscio delle popolazioni? La risposta è facile o facillima, per ricalcare il lessico darrighiano: sicuramente no.
Chi legge Horcynus Orca non potrà ripensare quei miti senza pensare al libro, perché gli echi remoti di un mondo che non ricordiamo ma non possiamo dimenticare riacquistano spessore grazie alla narrazione del romanzo che è davvero come una conchiglia: il lettore mentre legge ascolta, e la prosa di D’Arrigo rimanda al ritmo dei flutti. Non c’è sordo che non ne avverta la sonorità rigo per rigo, frase su frase fino a farsene sommergere per dire alla fine: sono uscito da un libro che non uscirà da me. D’Arrigo ha eretto un ponte di parole che uniscono il presente di cinquant’anni fa come di adesso al passato recente (la Seconda guerra mondiale) e remoto (Ulisse come il poeta greco Arione salvato dai delfini che si mostrarono meno fere con lui). Perciò se un nome al Ponte sullo Stretto si darà, se a qualcuno sarà il caso di intestarlo, lo scrittore siciliano risulta per diritto artistico il legittimo aspirante. Che arrivando laggiù il mare appaia colore del vino, come diceva Omero, lo ricordò Leonardo Sciascia facendolo esclamare a un bambino scostumato e vivace durante un estenuante viaggio ferroviario con cui per la prima volta un ingegnere del continente giunge in Sicilia. Nella breve traversata sul traghetto, per sfuggire alla noia o per autentica pulsione, si sente invaghito di una ragazza conosciuta nella notte insonne in treno, lì “alla luce del mattino sul mare” quando i loro pensieri sono “come abbagliati” “sullo stretto di Messina sfolgorante del primo sole. Presero di fretta un caffè e poi si sedettero, in silenzio, di fronte a Messina: candida, nitida”. Quando Sciascia scrive questo racconto, D’Arrigo è intento a Horcynus Orca ma ha già firmato una smilza silloge poetica, Codice siciliano, dove fa un richiamo a Ulisse e al ritorno a casa dell’eroe (diverrà poi il non eroe ’Ndrja Cambrìa) “che io seguivo nei versi d’Omero / sopra il mare Peloro come vino”. Anche lui alla fine del viaggio vede una donna, forse sirena o fata morgana perché tutto è incerto “dopo dieci anni, al mezzo dello Stretto”.
Ma è comunque nuovamente in patria: “sui prati, ora in cenere, d’Omero”. La voce femminile lo invoca per nome “da quella ringhiera di odori, gelsomino o basilico, in Sicilia”. Già promesse in questi versi, editi da Scheiwiller nel 1957, sono le ragioni che lo porteranno a elaborare l’opus magnum; già vi è condensata l’epopea del nostos e della nave persino quando, come nel racconto di Sciascia, l’imbarcazione assume la contemporaneità prosaica di un ferry boat che è quasi treno, surrogato di ponte, trait d’union fra la Sicilia e il continente talora menzionato alla maniera buffa di un Tiberio Murgia, che ne I soliti ignoti portava “Ferribotte” per soprannome. Nell’ottobre del 1943, quando ’Ndrja Cambrìa imprende il ritorno a casa, le leggiadre ma indomabili “femminote” elevano un malinconico canto ai traghetti su cui contrabbandavano il sale colati a picco dalle bombe, li piangono ciascuna rievocando quelle imbarcazioni con “un tribolo tale, che se lo sentiva un forestiero all’oscuro della cosa, Villa, Reggio, Messina, Aspromonte, Cariddi, Scilla, Mongibello, li avrebbe presi per nomi di cristiani morti e non di ferribò persi in guerra”. Era per quello, “per la perdita di tutto quello, che si trovavano ridotte a quel punto, straviate terra-terra, col culo sulla cofana […] si trovavano nella polvere e si ricordavano del tempo in cui stavano in trono. […] Ah, guerra, guerra scellerata, tanto valeva fare pure di noi carneficina, dato che la facesti dei ferribò”. Loro a bordo dei battelli contrabbandavano, battagliavano la vita, mangiavano e bevevano, lì “andammo di corpo e pipiammo. Lavammo, asciugammo, piegammo. Travagliammo all’uncinetto. C’inconversammo insieme a cortiglio. Solinghe solinghe cogitammo. Là fummo vergini e maritate. Là ci vennero i primi spurghi di sangue. Là ce li regolammo. Là passammo le gravidanze. Là a più d’una ci successe di sgravarci persino”.
Se nel Novecento Ulisse se ne sale a Dublino con Joyce, più avanti nello stesso secolo riscende con D’Arrigo nello Stretto, dove più naturale alligna il mito tra Scilla la famelica e il gorgo di Cariddi, tra le acque generatrici continue fino a noi di fate morgane e terremoti, fra pescatori avviliti o incantesimati. Chi immerga lo sguardo immaginale nello Stretto a mo’ di rete palamitara, anche se le fere gli abbiano “lazzariata” tutta la fantasia, si ritrova rialzando gli occhi nell’imbarazzo della scelta per tutto ciò che vi ha pescato. Come accadeva a quel “vecchietto che pareva campasse d’aria, leggero come un uccello”, così Sciascia descriveva il sommo folklorista e medico Giuseppe Pitrè, dedito anche lui per tutta la vita al suo opus magnum: la Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane in cui raccolse ben diciotto versioni della leggenda di Cola Pesce, diffusa nel Mediterraneo sino a Napoli ma di indiscussa matrice messinese.
Tutte le varianti concordano che c’era una volta un fanciullo prodigioso nuotatore. Esasperata, la madre lo maledisse perché passava troppo tempo in acqua sicché un giorno, approfittando di questo ragazzo marino, chi dice fu un governatore, chi un re o una regina che lanciando un anello lo mandò a esplorare a fondo e poi più a fondo gli abissi dello Stretto finché lui non risalì più a galla. Prima però Cola aveva fatto in tempo a riferire che Messina (o la Sicilia intera) poggia su tre colonne: una intatta, una rotta e una quasi rotta, sicché se anche questa si spezza crollerà la città. “Ora si chiama Missina, / ma domani si chiamirà mischina”. Perciò, secondo alcune versioni, sarebbe rimasto giù nel mare a sostenere come un piccolo Atlante la precaria patria e ogni volta che stancato dal peso cambia spalla ne derivano disgrazie epocali, come il maremoto del 1783 che rovinò Messina e Reggio e il sisma catastrofico del 1908. Tragedie e poesia accomunano le sponde del canale dove si trastullano le fere, tribolano i pescatori e da un momento all’altro può palesarsi l’Orca della morte.
Scampò alla sciagura del 1908 e ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale la casupola costruita nel 1890 in cui si ostinò a vivere e a scrivere, davanti al mare, la poetessa Maria Costa fino alla morte nel 2016. Adesso una piazzetta di quel borgo l’hanno intitolata a lei, figlia di marinaio, che fu di Cola Pesce novella cantatrice: quando andavano a intervistarla, ormai anziana, ripeteva con i piedi nell’acqua dello Stretto i versi della sua composizione più famosa e pareva davvero la mamma evocatrice del figlio sperso: “O Piscicola miu trasi ntera!”. Madri, mogli, streghe e affabulatrici s’avvicendano nel tempo e si tramandano le consegne. La scillocariddota Maria Grazia Genovese ha dedicato una poesia alle eroine messinesi Dina e Clarenza: di vedetta in una notte d’agosto del 1282, durante la rivolta dei Vespri siciliani, suonando le campane sventarono l’assalto angioino alla città stremata, dove si vedeva “u niru di lu fumu / isarisi dî casi/bruciati” e “u russu di lu sangu / scurriri ntê stradi/ llurdati”.
È invece solo una campanella dal flebile suono però efficace quella che monta a prora della sua barchetta Ciccina Circé per traghettare ’Ndrja Cambrìa nella notte dello Stretto, affatturando con il tintinnìo le fere che la scortano ammansite. Quando il marinaio le chiede a quale scopo se ne faccia accompagnare, la sua risposta rievoca quella guerra ma potrebbe valere per tutte le “miserande roncisvalli” consumate sulle acque. Sono gravide, gli spiega, dei cadaveri di marinai affondati con le navi silurate o bombardate: “Chi l’ammazzò, forse non se ne ricorda più, ma essi ancora navigano, girano, esposti a sole e luna, e si rivoltano nelle onde, si risentono nelle ossa di tutti i venti che si levano e cadono sopra di loro”. I corpi alla deriva s’incaglierebbero sotto l’imbarcazione, sbatterebbero sulle fiancate di legno “implorandovi sepoltura, sepoltura”, perciò lei con la campanella ammaliatrice raduna le fere-delfini che “si asserragliano attorno a sta barca” e “mi servono a farmi andare liscia e senza impedimenti, mi servono a sbrogliarmi la navigazione di tutti sti fantasmi di marinai che se ne stanno impantanati qua, piedi piedi, mi servono a questo, sì, a pilotarmi in mezzo a st’anime vaganti… Mi servono per remo, paravento, salvaguardia, o per come volete dire voi, mi servono per non farmeli arrivare sino alla barca. Sì, per questo mi servono le fere, pirdeu, e non me ne vergogno…”.
Perché un romanzo visionario, multilingue, espressionista resti più attuale di tante opere di stampo neorealista prodotte mentre usciva Horcynus Orca è spiegabile anche solo leggendo, o rileggendo, le parole della nocchiera adescatrice Ciccina Circé. Perché con queste si travalica l’evento specifico e si viene trasbordati non solo tra le sponde dello Stretto, ma tra tempi e mondi del Mediterraneo dove si ripete da millenni, tuttora come fosse “miria e miria di anni fa”, la vicenda di Fleba il Fenicio poetata da T.S. Eliot ne La terra desolata. E’ la perenne death by water dei compagni di Ulisse come dei giovani della Regia Marina cui la corrente “spolpò le ossa in bisbigli”. Tutti quanti sono come il Fenicio che affiorava e affondava e “traversò gli stadi dell’età matura e della giovinezza / entrando nel vortice. / Gentile o Giudeo / O tu che volgi la ruota e guardi a sopravvento ,/ medita su Fleba, che fu una volta bello e alto come te”. Nei versi di Eliot, o nella poetica prosa di D’Arrigo, si manifesta dunque “facile facillima” la ragione per cui durano più di altre le opere che, narrando certe storie, mirano alla Storia stessa o a superarla.
Uscendo da Horcynus Orca, che tuttavia non esce dal lettore ma gli si rifugia in qualche angolo appartato della mente, ciascuno può ripensare allo Stretto, al Ponte, a Villa San Giovanni e Messina ricorrendo alle memorie che si ritrova addosso. I ricordi che accomunano gli scillocariddoti a tutti gli italiani, magari inconsciamente, rimontano per evidenti ragioni all’unificazione nazionale. Alla fine di un regno che fu il principio di uno stato nuovo, ai giorni in cui i garibaldini attraversarono lo Stretto perché dopo, fino a Napoli, sarà una passeggiata. C’è un libro di trentacinque anni fa, anch’esso un opus magnum cui dedicò la vita il barone Roberto Maria Selvaggi nell’impervia quanto sentimentale aspirazione di censire Nomi e volti di un esercito dimenticato. Per quelli come lui, per i Pitrè, i D’Arrigo, la pertinacia concentrata su una impresa peculiare collima forse, o si corrobora, con una dose di lucida mania cui i posteri più dei contemporanei rimandano la propria gratitudine. Quante storie esemplari, quanti archetipi d’Italia e narrazioni criptate dalla storiografia accettata sono contenute nelle scarne biografie di ufficiali borbonici privi di gloria futura ma pure risparmiati da postume, chiassose esecrazioni.
C’è la squallida vicenda del generale abruzzese Fileno Briganti, già distintosi per la meticolosa spietatezza con cui aveva bombardato le rivoltose Palermo e Messina. Nell’agosto del 1860 però, comandando la brigata di stanza a Reggio Calabria, inanellò così tanti “errori e fellonie” da determinare la resa del forte e una ritirata irragionevole dinanzi alle camicie rosse. Quando i suoi soldati, abbandonati a sé stessi, vennero a sapere di un incontro tra il loro generale e Garibaldi, intercettarono Briganti a Mileto che a cavallo se la filava verso nord e lo massacrarono a colpi di fucile gridando “fuori il traditore” e “viva il re”. E c’è all’opposto l’orgoglioso caso del maresciallo di campo Gennaro Fergola, cresciuto in una famiglia di scienziati e pittori, il quale a capo della cittadella di Messina resistette all’assedio piemontese fino al 12 marzo 1861, oltre un mese dopo la capitolazione a Gaeta del sovrano cui aveva giurato fedeltà. Fu piegato soltanto dalla potenza tecnica dell’artiglieria sabauda: “Sopraffatti” scrisse alla truppa “dalla superiorità dei mezzi e non dal valore dei vincitori”. Quando i garibaldini misero piede in Calabria, Fergola progettò di fronteggiarli a Reggio approntando un corpo di mille uomini che avrebbero dovuto surrogare le deficienze, o il tradimento, del generale Briganti. Però, ricorda Selvaggi, “a causa della mancata collaborazione da parte della marina napoletana dovette rinunciare all’impresa”. Nessun capitano, tantomeno una Ciccina Circé mise una barca a disposizione del maresciallo borbonico per superare il tratto di mare dove si compiva, ancora una volta, una storia o la Storia tra Scilla e Cariddi, tra le fere e i fantasmi dai tempi di Omero e più indietro; e ci sarebbero state, dai tempi di Fergola andando avanti, ancora altre guerre e i “ferribò” e le ossessioni solitarie di Stefano D’Arrigo che fece del suo libro un voto personale. Nel frattempo che la perenne idea di un Ponte si faccia, forse, ponte per davvero.