Riprende la stagione per oltre 750 mila giovani calciatori: tra passioni sincere, ambizioni familiari e un sogno difficile da afferrare. Solo uno su 750 raggiungerà la Serie A, ma per molti resta un viaggio che vale comunque la corsa
Torna il “grande calcio”, ma la fine di agosto non è una data cruciale solo per i big del football nazionale. Come in ogni stagione riprende ad allenarsi, a calzare gli scarpini e a tirare calci a un pallone anche un esercito di 750mila giovani (più 45mila calciatrici) dai 7 fino ai 18 anni. In tutte le categorie ufficiali: Piccoli amici, Primi calci, Pulcini ed Esordienti, e ancora, salendo di età, Giovanissimi, Allievi e Juniores. Molti di loro – soprattutto i più piccoli – sono già passati dalle selezioni dello scorso luglio, ovvero dagli open day durante i quali gruppi di genitori frementi a bordo campo hanno sperato che il proprio campioncino in prova venisse notato e scelto da dirigenti e tecnici di una delle 10.998 società di questo composito universo nazionale. Altri sono stati riconfermati dalla stagione precedente (eh sì, può capitare che dai dieci-dodici anni qualcuno sia ritenuto troppo “scarso” per continuare con quella specifica società), altri ancora – quasi sempre attraverso i soliti, apprensivi genitori – hanno fatto leva sul passaparola, su amici, allenatori e direttori sportivi, per trovare un posto nella rosa di una delle 64.437 squadre dilettanti o giovanili del sistema che fa capo alla Federazione. Anche qui, come tra i professionisti, impera un calciomercato sui generis, che vede all’opera presunti esperti, osservatori e persino procuratori, pronti a puntare su qualche potenziale promessa o, quanto meno, a far leva sulle aspettative dei genitori.
Certo, da un punto di vista più strettamente economico il calcio giovanile pesa solo per una frazione del “grande calcio”, che secondo le stime del Report 2025 della Figc (elaborato con Arel e Pwc Italia) vale tra contributi diretti, indiretti e indotti 12,4 miliardi di euro. Ma pur senza diritti televisivi, merchandising, stadi capienti e relativi incassi, anche giovani e dilettanti muovono comunque, secondo lo stesso report, un valore complessivo di quasi 3 miliardi di euro. All’interno di questa valutazione economica uno spazio rilevante andrebbe poi riservato a un flusso di denaro forse poco evidenziato (e calcolato artigianalmente da chi scrive sulla base dei dati disponibili) ma che transita direttamente dalle tasche delle famiglie alle società di calcio, proprio a partire dalla ripresa di agosto-settembre. Cifre precise, appunto, non ce ne sono, ma qualche spannometrica stima si può azzardare: tra singola quota di iscrizione alla società e successivo obbligatorio acquisto del “kit” – ovvero di borsa, tuta, altro vestiario invernale ed estivo da allenamento e di “rappresentanza” (ma scarpini rigorosamente esclusi) – si può arrivare prudenzialmente tra i 500-600 euro per ogni giovane calciatore, e molto spesso anche di più. Totale: tra 375 e 450 milioni di euro. Non proprio briciole.
È vero che, come accade per tutti gli sport, i costi vanno coperti, e che malgrado il volontariato diffuso non è affare da poco sostenere un’attività come quella di una società calcistica lungo tutta una stagione. Prendendo in considerazione anche i “dirigenti” a vario titolo (quasi tutti volontari, appunto, e spesso padri dei ragazzi tesserati), aggiungendo poi allenatori e addetti ai 15 mila campi omologati su tutto il territorio nazionale, e senza dimenticare gli arbitri, si calcola che ogni fine settimana scenda in campo più o meno un milione e mezzo di persone. Una folla ancora più numerosa considerando, come giusto fare, gli imperdibili parenti-tifosi che esauriscono sostanzialmente tutto il pubblico pagante (con biglietto mediamente a 5 euro per partita).
Che cosa spinge questo macrocosmo di ogni ceto, ordine e grado sociale a sobbarcarsi, una domenica d’autunno-inverno, nebbiose trasferte per essere puntuali a raduni all’alba e successiva partita? Oppure, in primavera-estate, a trascorrere intere, infinite giornate ad assistere al torneo a dodici squadre che si svolge sotto l’immancabile sole a picco o la pioggia battente? La passione, ovviamente. E anche, tornando ai genitori, l’argomento-scudo morale che tutto sommato sia sempre meglio che i benedetti figli (e figlie) giochino a calcio e si allenino, piuttosto che stare perennemente incollati al maledetto cellulare scrollando TikTok e gli altri social (cosa che peraltro avviene ugualmente nel restante tempo libero). Tutto vero. Ma non va nascosto l’inconfessabile motivo, che per qualcuno varrà di più e per qualcun altro varrà di meno: all’opera c’è anche il neppure tanto remoto sogno di stare allevando tra le mura di casa un piccolo fenomeno, un campione pronto a sbocciare, un novello Maradona, Baggio o Maldini. Un retropensiero che di certo non vale solo per il calcio, ma che probabilmente solo per quest’ultimo sport assume dimensioni spesso incontrollabili e che proprio per questo non può essere ritenuto estraneo a quanto si può leggere ogni settimana sulle cronache locali o sulle pubblicazioni specializzate come Tuttocampo o Sprint&Sport. “Follia dopo la partita dei ragazzi: i genitori entrano in campo e picchiano gli avversari”. Oppure: “Calcio violento, rissa tra genitori: in campo bambini di 8 anni”. “Partita tra sedicenni finisce a botte tra adulti. Un papà ferito”.
Si potrebbe continuare con titoli analoghi che hanno come oggetto principale gli arbitri (“Pugni e calci all’arbitro diciannovenne, poi la violenta rissa”), anch’essi quasi sempre ragazzi e ragazze di giovane età cui vengono rivolti insulti che farebbero impallidire i camalli dei porti di tutto il Mediterraneo. Eppure, i numeri dovrebbero parlare chiaro: sempre secondo il ricco report Figc, negli ultimi due anni rendicontati (le stagioni 2022-23 e 2023-24) sono riusciti ad accedere al calcio professionistico 636 giovani calciatori formati da società di calcio giovanile e dilettantistico. Si traduce, per un anno, nello 0,04 per cento dei tesserati, ovvero un ragazzo ogni 2.358. Molto più del doppio dell’“uno su mille ce la fa” cantato da Gianni Morandi nel 1985. E se si volesse entrare in maggior dettaglio, bisognerebbe specificare che dei 636 giovani talenti ben 541 hanno avuto accesso alla Serie C, e solo 49 alla Serie B e 46 alla Serie A. Nella massima serie, secondo la lista che la Lega Calcio tiene aggiornata, i calciatori registrati risultano 1.294, ma più di 300 sono stranieri, il che fa sì che la percentuale sul totale dei giovani e dilettanti in attività salga allo 0,13 per cento, pari a uno su 750. Una percentuale forse sufficiente a tenere in vita il sogno di un ragazzo. Un po’ meno (si spera) per le illusioni insensate di chi, fuori dal campo, contribuisce a minare la bellezza del calcio e dei suoi valori.