Le Nazionali italiane di ciclismo su pista hanno fatto un figurone sia all’Europeo U23 e Juniores 2025 che si è corso a luglio ad Anadia, sia ai Campionati del mondo di ciclismo su pista juniores 2025 che sono terminati il 24 agosto ad Apeldoorn. L’attesa per un velodromo di livello
Anche il velodromo di Anadia, in Portogallo, sicuramente funzionale e pratico ma non certo affascinante, sembra straordinario per un giovane pistard italiano. Pensate a cosa può provare correndo in quello di Apeldoorn, nei Paesi Bassi, l’impianto che sir Chris Hoy, uno dei più forti pistard della storia del ciclismo su pista, definì “divino” la prima volta in cui ci pedalò. Va così per un motivo semplice: in Italia un velodromo coperto con una pista di duecentocinquanta metri, quella su cui si corrono tutte le rassegne internazionali, ce ne abbiamo uno, a Montichiari (a sud est di Brescia), ma è molto spoglio e tristanzuolo. Quando è utilizzabile. Perché tra infiltrazioni dal tetto e problemi tecnici è stato più volte inagibile in questi ultimi anni.
I tecnici della Federazione però si sono comunque dati da fare, non hanno frignato o cercato scuse, hanno continuato a lavorare con la consapevolezza che anche senza una casa decente si può comunque fare un buon lavoro e dare un presente e un futuro al ciclismo su pista italiano.
Ci sono riusciti più che egregiamente.
Perché nell’estate nella quale un corridore italiano è riuscito a tornare a vincere una tappa al Tour de France dopo 2.542 giorni di digiuno, le Nazionali italiane di ciclismo su pista hanno fatto un figurone sia all’Europeo U23 e Juniores 2025 che si è corso a luglio ad Anadia, sia ai Campionati del mondo di ciclismo su pista juniores 2025 che sono terminati il 24 agosto ad Apeldoorn: secondi nel medagliere continentale, primi in quello mondiale. L’evidenza che il lavoro fatto in questi anni nei velodromi è stato ottimo.
E non è casuale che il corridore che è stato in grado di togliere il nome di Vincenzo Nibali dall’ingrato ruolo di ultimo vincitore italiano al Tour de France, sia Jonathan Milan, vincente prima in pista (oro olimpico nell’Inseguimento a squadre a Tokyo 2020) e poi anche sulle strade.
Perché se il ciclismo italiano maschile su strada gode di salute incerta, situazione diversa è quella della compagine femminile e quella dei nostri pistard. Perché in questi anni Marco Villa – ora ct della Nazionale maschile su strada élite e di quella femminile su pista (in collaborazione con Diego Bragato) – è riuscito prima a guidare Elia Viviani all’oro olimpico nell’Omnium alle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016, poi a sfruttare l’entusiasmo per il successo del corridore veronese creando un movimento capace di imporsi grazie a entusiasmo e pianificazione. E questo nonostante l’assenza di un velodromo di livello internazionale. Anzi a volte senza nemmeno un velodromo indoor vista le chiusure di quello di Montichiari.
Marco Villa in questi anni ha lavorato con ciò che c’era, riportando in auge quell’Italia che sembrava scomparsa, quella dei tanti velodromi, delle tante biciclette e della enorme passione ciclistica per dirla alla Giorgio Bocca. Perché in Italia i velodromi resistono, sopravvivono grazie alla passione di provincia, e riescono ancora a riempirsi nonostante la sparizione delle Sei giorni e delle riunioni su pista.
Quando era possibile, Marco Villa e compagnia hanno fatto girare le ragazze e le ragazze a Montichiari. Quando non era possibile sono dovuti andare in tourneé alla ricerca di un ovale, riportando i nazionali anche al Vigorelli, il grande velodromo dimenticato (dal ciclismo) d’Italia. Perché forse non sono più attuali e a norma i nostri impianti, ma per fare la gamba vanno ancora benissimo, a patto che ci sia la guida giusta.
E Marco Villa era la guida giusta. Anche perché abile a fare qualcosa di più di essere un buon ct: creare una scuola capace di andare avanti anche senza di lui. I risultati dei nostri giovani sono evidenza di questo.
Prima i risultati sono arrivati dalle specialità del cosiddetto endurance (inseguimento, corsa a punti, americana ecc). Ora i frutti di questo lavoro si iniziano a cogliere anche nelle prove sprint. Le vittorie agli ultimi Mondiali juniores di Matilde Cenci nel Keirin, nel Chilometro e della selezione nazionale nella Velocità a squadre sono l’ultima certificazione che anche nelle discipline considerate un tempo la massima libidine del ciclismo su pista possiamo sperare in un futuro vincente.
Nella speranza che i lavori del Velodromo di Spresiano, che dovrebbe essere il nuovo grande ovale italiano, inizino davvero.