Il calcio come antidepressivo

In quinta serie inglese si va allo stadio gratis con la ricetta medica. È una rivoluzione che fa leva su un concetto che sta continuando a prendere piede in Inghilterra: curare anche senza farmaci (quando si può) la malattia mentale

I tifosi sono malati. Non è un insulto, né drammatizzazione, ma la giusta interpretazione della parola: il tifo, per estensione, prende proprio il suo nome dalla malattia. Perché è contagioso, per la febbre figurata che scatena, per l’agitazione che porta con sé. Lo stadio è il luogo dove si recrimina per una scelta fatta dai bambini, dove si soffre se si sta perdendo (speriamo di recuperare), se si sta pareggiando (oddio, ora il pallone ci fa uno scherzo e perdiamo) e persino se si vince (quando finisce? E se ci rimontano?). Dove l’umore non è mai buono, finché c’è la partita e non c’è ancora il risultato. Quindi, il calcio fa ammalare. Eppure c’è chi è convinto che il calcio possa curare, e forse ha ragione anche lui. Lui è Dale Vince, proprietario del Forest Green Rovers, squadra di National League (la quinta serie inglese) e imprenditore nel settore dell’energia pulita. Dando seguito alla sua vocazione di unire calcio e cause sociali, Vince ha parlato con il deputato laburista Simon Opher, di professione medico, e ha pensato che il pallone possa essere una medicina, che la sua natura popolare e il coinvolgimento umano possano arrivare ad aiutare chi soffre di depressione.

Che il calcio, insomma, possa essere prescritto per curare la salute mentale delle persone: un biglietto per lo stadio su ricetta medica, il giorno della partita come terapia. Si chiama, appunto, Football on prescription e consiste proprio nel regalare, d’accordo con gli studi medici locali, un biglietto per le partite dei Forest Green Rovers a chi soffre di depressione lieve o moderata.

È una rivoluzione che fa leva su un concetto che sta continuando a prendere piede in Inghilterra: curare anche senza farmaci, quando si può, la malattia mentale, pensiero reso solido da basi scientifiche e anche necessario dall’eccessivo uso di antidepressivi proprio tra gli inglesi (ne fanno ricorso in 8,7 milioni di adulti, quasi il venti per cento). Se l’esperienza personale di ciascuno di noi dice che, insomma, per migliorare l’umore non è proprio lo stadio quello che consiglieremmo, per la scienza questo è possibile soprattutto per chi si rifugia nell’isolamento sociale e invece – questo è vero anche per chi è abituato a soffrire allo stadio e non dispone di dati scientifici – durante una partita si incontra una comunità, si conosce gente nuova, si vive la stessa emozione. Nei piccoli centri, poi, le squadre sono il centro della società e così l’individuo si sente protagonista.


Il calcio, così, diventa strumento con cui il paziente combatte i suoi demoni e torna tra gli altri, in cui il malato si sente meno solo e forse trova la leva per affrontare la depressione. L’esperimento verrà seguito e si cercherà di ampliarlo. A forme di pallone locale, però. In Premier, con i posti degli stadi già quasi tutti occupati, è irrealizzabile. E creerebbe una fila di finti malati davanti agli ambulatori per un biglietto. E la furbizia, invece, non è una malattia da curare.

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