Guillermo Del Toro a Venezia con il suo Frankestein: “Non volevo fare un film sul mostro, ma da mostro”

Il regista torna al Lido e parla a tutto campo, tra cinema e tecnologia: “Il mio film vuole essere un invito a restare esseri umani e a capirci in quanto tali, a saper riconoscere il diritto all’imperfezione”, L’AI? “Non mi spaventa. E’ la stupidità naturale che mi fa paura”

In un’epoca di maschere, avatar, protesi emotive e Intelligenza Artificiale, avevamo davvero bisogno di un mostro per ricordarci come (e di cosa) è fatta una persona vera? “Certo, non ne ho alcun dubbio”, ci risponde Guillermo Del Toro in una sala dell’Excelsior. Il suo Frankstein è in concorso qui al Lido, all’82esima Mostra d’Arte Cinematografica, e dal 22 ottobre arriverà in cinema selezionati e dal 7 novembre su Netflix.

“Il mio film vuole essere un invito a restare esseri umani e a capirci in quanto tali, a saper riconoscere il diritto all’imperfezione”, dice al Foglio. L’Intelligenza Artificiale? “Non mi spaventa affatto. Ciò che temo di più – e mi fa davvero paura – è la stupidità naturale che, purtroppo, abbonda di questi tempi”.

“Il perdono – aggiunge il regista che ha impiegato 30 anni per realizzarlo – è la base da cui partire per migliorare una situazione o qualsiasi rapporto che non è più tale. È il passo più difficile, ma anche il più importante. A differenza di quello che si crede, abbiamo un potere d’azione su ciò che ci circonda. Il perdono è il primo dialogo per arrivare a una pace possibile, il modo più corretto per costruire la nostra esistenza”.

Del Toro — regista gotico per vocazione, romantico per impianto mentale, messicano per costituzione politica – con Frankstein ha fatto quello che fanno solo i veri cineasti: ha aspettato. Ha resistito alla tentazione di anticiparsi e dopo trent’anni di gestione del progetto, lo ha trasformato in realtà portandolo a Venezia nel momento in cui il mondo è pronto a specchiarsi, con spavento e compiacimento, nel volto di un mostro che chiede solo di essere guardato.

“La storia vera – precisa – è quella che ha colpito al cuore un bambino di sette anni raccontata da una giovane donna di diciannove: la mia storia personale, dunque, e quella di Mary Shelley che la scrisse nel 1818. Il suo Dna è andato a fondersi con il mio, creando così una seconda natura. Non volevo fare un film sul mostro, ma un film da mostro. Il mostro sono io, sono sempre stato io, ma anche gli altri personaggi. Attraverso questo romanzo ho imparato cosa vuol dire essere un figlio e un padre, ho potuto esprimere la mia voce”. “Oggi, però – tiene a precisare – i veri mostri sono quelli in giacca e cravatta. Inutile fare nomi, sappiamo chi sono. La cosa che conta davvero non sono solo le idee di per sé, ma l’umanità che traspare negli occhi delle persone, la loro diversità che bisogna sapere accogliere. Il terrore fa parte di ciascuno di noi ed è purtroppo ovunque. Allora impegniamoci a scegliere meglio le nostre frequentazioni e non accontentiamoci. I miei due protagonisti, Viktor e la Creatura, così diversi non solo nell’aspetto fisico, dimostrano che un terreno fertile per la pace, un terreno di incontro, se si vuole, è sempre possibile”. Oscar Isaac è Victor Frankenstein: barcollante, imploso, tragico come Amleto e un po’ più sexy. Jacob Elordi è la Creatura: una bellezza strappata, decentrata, con quel magnetismo da giovane Marlon Brando che non serve per sedurre, ma per disturbare. E poi ci sono Mia Goth e Christoph Waltz, un cameo di Lars Mikkelsen che sembra uscito da un incubo in tre atti. Il Frankenstein di Del Toro smette così di essere un remake (ne abbiamo avuti più di sessanta) e diventa un saggio visivo sull’empatia come forma di disobbedienza.

Cupo e visivamente sontuoso, è strutturato come un poema in cui ogni scena chiede qualcosa allo spettatore e qui a Venezia, poi, diventa una metafora che cammina sulle acque, ma che non denuncia nulla, perché espone tutto. Il potere? “È una forma di abbandono”, dice il regista. Il corpo? “È un collage”. La paternità? “È un errore strutturale”. “Sartre sosteneva che l’inferno è nell’altro: per me, invece nell’altro c’è solo la salvezza. Gli altri possono salvarci, sta a noi capire come. Dando e ricevendo amore, per esempio, che è il motore del mondo. Sembra una banalità, ma in realtà è così. Solo con l’amore possiamo salvarci e invece c’è questa inclinazione dell’essere umano a fare esattamente il contrario”. Il suo è quindi un mostro che non urla, ma implora, che non attacca, ma riflette e così facendo ci costringe a smettere di guardarlo come un altro da sé, per riconoscerlo come una versione aumentata del nostro fallimento affettivo.







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