Angosciati per Gaza senza dimenticare per cosa combatte Israele

Si può essere angosciati da ciò che succede nella Striscia senza dimenticare per cosa combatte lo stato ebraico? Anche in questi giorni drammatici, c’è chi ricorda all’occidente distratto come e per colpa di chi tutto è iniziato

Al prossimo Festival del cinema di Venezia, o a un qualsiasi prossimo festival cinematografico internazionale, quando la tragedia della guerra di Gaza e la tragedia dell’assedio contro Israele ci auguriamo siano solo un ricordo del passato, c’è un film importante che meriterebbe di essere preso in considerazione e che aiuterebbe l’opinione pubblica, compresi i campioni del Venice for Palestine che hanno fatto firmare ad alcuni attori importanti come Carlo Verdone e Toni Servillo appelli per Gaza senza specificare che quegli appelli servivano a boicottare due attori vicini a Israele, come Gerard Butler e Gal Gadot, per escluderli dalla Mostra, a ragionare con forza su un aspetto che oggi sembra essere diventato un tabù. L’aspetto è questo. Si può essere angosciati da ciò che succede a Gaza senza dimenticare per cosa combatte Israele? Si può essere indignati per ciò che succede ai palestinesi innocenti senza dimenticare cosa difende Israele? Si può essere disgustati dal numero folle di “errori tragici” commessi a Gaza senza dimenticare come è nata quella guerra? Si può essere distrutti dalle immagini dei bambini che muoiono a Gaza senza considerare l’Intifada globale una legittima risposta al dramma della Striscia? Si può essere angosciati dal futuro del medio oriente senza considerare la lotta contro l’antisemitismo un modo come un altro per distogliere l’attenzione dalle immagini di Gaza? Ilan Gilboa-Dalal è il papà di Guy Gilboa-Dalal, uno degli ostaggi nelle mani di Hamas da 640 giorni, e insieme al fratello di Guy, Gal, sta girando da alcuni giorni il Giappone per provare a sensibilizzare le opinioni pubbliche internazionali su un dramma rimosso: gli uomini, le donne e i bambini che Hamas ha rapito il 7 ottobre, per costringere Israele a combattere, a Gaza, la guerra che sta compromettendo la sua reputazione internazionale.

Ilan Gilboa-Dalal, nelle sue giornate giapponesi, paese scelto non a caso per una ragione che vedremo tra poco, ha ricordato alcune verità importanti. Ha ricordato che coloro che alimentano la bestia del terrore alla fine ne saranno divorati, denunciando qualsiasi riconoscimento di uno stato palestinese come ricompensa per il massacro del 7 ottobre da parte di Hamas. Ha ricordato che in medio oriente l’unica carestia deliberata a Gaza è quella sopportata dagli ostaggi, affamati in modo volontario dagli aguzzini del terrore. Ha ricordato, insieme con il figlio, Gal, che il 7 ottobre era con Guy al festival Supernova, ma riuscì a fuggire a differenza di Guy, che se vuoi davvero la pace in medio oriente, non puoi farla con Hamas, perché i terroristi non rilasceranno gli ostaggi, li useranno solo come merce di scambio. E ha detto che le famiglie degli ostaggi, e non solo loro, hanno bisogno della pressione diplomatica del mondo intero per spingere Hamas a raggiungere un grande accordo. Le parole del papà di uno dei cinquanta ostaggi ancora nelle mani dei terroristi di Hamas sono lì a ricordare una verità che non andrebbe rimossa neppure in questi giorni drammatici. Una verità che riguarda ciò contro cui Israele combatte, non solo dal 7 ottobre. Una verità che riguarda ciò che la comunità internazionale ha scelto di non fare, in questi mesi, concentrando le proprie attenzioni più sulla reazione non proporzionata di Israele che sulla presenza di una minaccia non proporzionata ai confini di Israele di un’organizzazione del terrore pronta a riorganizzarsi per un nuovo 7 ottobre.

Una verità che riguarda l’incapacità da parte dell’opinione pubblica internazionale di considerare ogni giorno, anche nei giorni più drammatici, anche nei giorni più tragici di Gaza, gli ostaggi nelle mani di Hamas non come delle figure da rimuovere per non dimenticare il dramma quotidiano dei palestinesi innocenti uccisi da una guerra atroce ma come il simbolo di tutto ciò che l’occidente rischia ogni volta che fa un passo indietro nel considerare i terroristi che minacciano Israele, e che hanno nuovamente contribuito a rendere ogni ebreo colpevole di essere ebreo, come terroristi che minacciano l’occidente intero. La famiglia di Guy Gilboa-Dalal ha ripetuto questi concetti semplici, dirompenti, in questi giorni in Giappone, perché Guy era, speriamo di poter dire è, attratto da sempre dalla cultura giapponese, prima di essere rapito aveva imparato il giapponese, indossava un kimono al festival Supernova e pochi giorni prima del 7 ottobre aveva acquistato un biglietto aereo proprio per il Giappone. Su di lui e sul suo legame con la cultura giapponese è stato realizzato un film. Si chiama Guygu, è stato creato, in Israele, da Jordan Barr, co-fondatore dello Studio Pixel di Tel Aviv, e codiretto da Chen Heifetz. Piuttosto che boicottarli, forse, al prossimo festival, varrebbe la pena di invitarli, di ascoltarli, e di chiedersi se si possa essere terribilmente angosciati da ciò che succede a Gaza senza dimenticare per cosa combatte Israele.

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  • Claudio Cerasa
    Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e “Ho visto l’uomo nero”, con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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