“Jay Kelly” è una melassa infinita. Meno male che c’è quel matto di Werner Herzog

Noah Baumbach delude con una commedia melensa e fuori forma nonostante il cast stellare. Solo Herzog salva la giornata con il visionario documentario “Ghost Elephants”

Il paese delle opportunità. “Solo in Italia si possono premiare due attori bianchi di mezza età”, spiega George Clooney al collega con cui divide un riconoscimento. Prima rifiutato, cambia idea per stare alle calcagna della figlia che viaggia in Europa prima dell’università. E’ l’unica battuta azzeccata del film “Jay Kelly” diretto da un Noah Baumbach fuori forma: finora non aveva mai sbagliato un colpo. A cominciare da “Kicking & Screaming”, nel 1995, ai più recenti “Frances Ha” (quando Greta Gerwig non era ancora la regista di un blockbuster come “Barbie”), a “Giovani si diventa” e “The Meyerowitz Stories”. Ci sarebbe anche “Rumore bianco”, onore da spartire con lo scrittore Don DeLillo. Peccato grave, perché il cast è ricco e abbondante, c’è anche Billy Crudup che non si vede tanto in giro, se non nella serie “The Morning Show”. Ma il divertimento non è all’altezza. Colpa della sceneggiatura del regista medesimo, scritta con l’attrice Emily Mortimer. Colpa di George Clooney che con le sue facce crede di risolvere qualsiasi problema di recitazione. Colpa di una lunghezza esagerata. In questi casi è il produttore, a essere messo in croce. Qui tocca a Netflix, e purtroppo non è un incidente di percorso.

Messo sotto contratto un attore che trascina le folle, e scelto per la seconda metà del film un panorama europeo – treno francese, e il festival cinematografico a Pienza – la fotografia tende al caramello brevettato dal Mulino Bianco, e il ritmo è insistente. “Siamo stati così poco insieme”, lamenta ora che le proposte di lavoro tendono a calare. Prima non ci pensava, anche se le figlie – scopriamo verso la fine del film – mettevano in scena per lui spettacoli di varietà. I duelli con il manager Adam Sandler rientrano nella tradizione hollywoodiana e aiutano lo spettatore a non afferrare subito il telecomando (il film verrà distribuito sulla piattaforma il 14 novembre). Poi la melassa sale e sale, mentre Clooney corre per i campi a caccia di un ladro di borsette. Ma gli anni passano – ne ha 64 – e ieri è stato atterrato da una sinusite. Il problema è serio, l’algoritmo le sceneggiature non le sa scrivere e neppure valutare.



Tutto fatto a mano, invece, il documentario di Werner Herzog “Ghost Elephants”: un branco di elefanti giganteschi in Angola, che forse neanche esistono. Il cacciatore, un giovanotto con occhi blu, spiega che “non importa, non esisteva neppure Moby Dick”. Chi ha qualche lettura alle spalle non può che applaudire. Poi però, scattata una fotografia e prelevati da terra e sulla corteccia degli alberi certi campioni biologici (gli elefanti si grattano la schiena) vediamo gli scienziati dello Smithsonian chini su strumenti costosissimi. Herzog è sempre abbastanza matto, e ha il dono per trovare altri fissati, boscimani e no. Dopo l’inciampo – meglio dire “tonfo” di “Kinds of Kindness” – Yorgos Lanthimos torna a “qualcosa di già scritto” – nel senso di collaudato. Un film coreano del 2003: titolo “Salvate il pianeta verde”, regista Jang Joon-hwan. Torna la musa Emma Stone (più adatta all’incombenza di quanto non sarà mai Toni Servillo, dovesse vivere altri cento anni) e il biondino Jesse Plemons. Fissato con complotti e cospirazioni, trascina un amico che vorrebbe solo occuparsi del proprio alveare in un’avventura criminale. Per il bene della Terra, naturalmente. E’ convinto che una grande multinazionale, diretta da Emma Stone che loro credono aliena, vuole impadronirsi della Terra – non sono mai passaggi di consegna pacifici. Il titolo viene dalle “Georgiche” di Virgilio, allude al mito della generazione spontanea. Lunghetto ma divertente.

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