La lettura dei mercati finanziari è una sola: il nuovo piano tariffario radicale del presidente americano danneggerà la crescita economica e gli utili delle società quotate, a New York come a Londra, Milano, Parigi, Tokyio e Hong Kong (segno meno ovunque). E per la banca Jp Morgan c’è un “rischio recessione mondiale”
Altro che Liberation Day. Per risalire all’ultima volta che il Nasdaq, il principale indice tecnologico mondiale, è arrivato a perdere il 5,6 per cento (toccato oggi a metà seduta, con Apple, Nvidia e Amazon che guidavano i cali) bisogna risalire a metà giugno 2022 quando, come ricorda al Foglio chi era ai desk operativi in quelle giornate, le big tech tracollarono perché la Fed alzò i tassi di 75 punti base per la prima volta dal 1994. E prima ancora a marzo 2020, ai tempi della pandemia Covid.
Se il presidente americano, Donald Trump, voleva sondare la “soglia di dolore” di Wall Street, ieri ci è riuscito facendo perdere almeno dai 2 ai 3 trilioni di dollari di capitalizzazione. A nulla è servito l’appello (“fidatevi di Donald Trump”) lanciato dalla portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, alla Cnn quando si è capito che la situazione degli indici americani stava precipitando. E, ovviamente, sulla scia di New York, tutti i listini europei, hanno aggravato le perdite della mattinata: lo choc dazi è costato all’Eurostoxx 600 (il principale indice aggregato) 760 miliardi di capitalizzazione (lo scotto pagato dalla Borsa italiana è stato di 24 miliardi con un calo del 3,6 per cento). La lettura dei mercati finanziari è una sola: il nuovo piano tariffario radicale di Trump danneggerà la crescita economica e gli utili delle società quotate, a New York come a Londra, Milano, Parigi, Tokyio e Hong Kong (segno meno ovunque).
Se è stata questa la risposta degli investitori alle parole della Leavitt, si può dedurre che si è incrinato il rapporto di fiducia del mercato azionario americano nei confronti delle istituzioni, basato sull’affidabilità delle previsioni macro (dati certi) e su politiche economiche di lungo periodo capaci di orientare gli investitori. La banca d’affari Jp Morgan ha dichiarato senza mezzi termini che “i dazi americani possono provocare una recessione mondiale” e che i cittadini statunitensi saranno costretti a pagare più tasse. E non si contano le previsioni negative delle case d’investimento europee sull’impatto delle nuove tariffe. Perché tanto pessimismo se la decisione era in parte già scontata?
L’analisi della casa d’investimento britannica Schroders sintetizza così le ragioni: “I tanto attesi dazi reciproci del presidente Trump sono stati più punitivi del previsto. Secondo i nostri calcoli, faranno aumentare il tasso effettivo di dazi Usa di altri 17,6 punti percentuali, portandolo al 25,3 per cento. Prima di tenere conto di eventuali ritorsioni, questo potrebbe far salire l’inflazione statunitense del 2 per cento e pesare sulla crescita americana dello 0,9 per cento”. E siccome diversi paesi (compresa l’Europa) hanno dichiarato di voler reagire con contromisure, permane, secondo Schroders, il rischio di un ulteriore aumento tariffario. Dunque è l’escalation, più di tutto, a far paura agli investitori, che stanno rivedendo al ribasso le previsioni economiche dopo l’annuncio del 2 aprile, considerato una sorta di show televisivo dove dati veri si sono mischiati a quelli falsi nella tabella imbracciata da Trump per convincere gli americani della necessità di applicare un principio di “reciprocità” con i partner commerciali.
Secondo Fabrizio Pagani, ex capo della segreteria del Mef, e oggi partner della società di consulenza Vitale, “la risposta della Commissione europea sarà particolarmente importante, soprattutto alla luce del fatto che il dato che l’Amministrazione Trump ha usato come riferimento sui dazi europei verso gli Usa è volutamente errato: è stato detto che l’Europa applica dazi del 39 per cento ai prodotti americani, quando questi in realtà si aggirano tra l’1 e il 2 per cento”.
Verità e fake news si rincorrono ormai senza soluzione di continuità in un mondo, quello degli investimenti finanziari, che ama la certezza e la prevedibilità. In realtà è ancora diffusa la convinzione, o forse la speranza, tra gli osservatori economici che sul medio lungo termine la politica di Trump possa essere di tipo “transattivo”, cioè disposta a negoziare un ritiro o una riduzione delle tariffe. In questo caso, si assisterà a uno choc dal lato dell’offerta che potrebbe rallentare la crescita economica europea, che però potrebbe rientrare nel giro di pochi mesi. Altrimenti, conclude lo stesso Pagani, “l’impatto sarà enorme, e non solo di tipo economico, ma anche sociale”. L’Europa conta su un negoziato, come ha fatto capire la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, dicendosi anche pronta a rendere pan per focaccia, ma il gioco di Trump, per ora, è a carte coperte.