Proteste, omicidi, torture. Gli spezzoni della vita a Gaza che Hamas monta come vuole

Nella Striscia la giustizia è un affare tra il gruppo terroristico e famiglie affamate. Gli aiuti vengono rubati, chi protesta viene ucciso. Due modi per liberare il territorio, tutti e due insufficienti

Gerusalemme, dalla nostra inviata. Gaza è una scatola, dentro la quale, in un solo giorno, accade di tutto: proteste, bombardamenti, omicidi. Dentro Gaza si cerca il cibo e può accadere che mentre un ragazzo è in fila per la farina a Deir al Balah, nel centro della Striscia, venga ucciso dagli uomini di Hamas. Può accadere anche che dopo poche ore, i parenti del ragazzo ucciso, Abdulrahman Abusamra, vadano a cercare il terrorista di Hamas che gli ha puntato un fucile contro il petto e ha premuto il grilletto. Vanno a cercarlo armati, lo trovano e lo uccidono. Tutto quello che accade dentro Gaza si perde dentro Gaza. (segue nell’inserto I)


Uccisioni, torture, proteste escono fuori come spezzoni che vanno montati insieme per immaginare la vita in una Striscia distrutta, che viene privata del cibo perché gli aiuti che entrano vengono rubati dai terroristi di Hamas, per questo protesta sapendo che protestare vuol dire morire e la giustizia è un fatto tra Hamas e famiglie troppo affamate per avere ancora pazienza.

“Sono due i modi per liberare la Striscia da Hamas – dice un giornalista arabo israeliano che per ragioni di sicurezza preferisce non essere nominato – l’occupazione militare, e non è quello che sta facendo l’esercito israeliano, che sarebbe dovuto entrare e stabilire in ogni città un presidio. Oppure una forte rivolta interna, ma non nella scala che stiamo vedendo ora, serve molto di più”. Durante la seconda settimana di proteste a Gaza ancora non è possibile stabilire i numeri di chi scende in strada per chiedere innanzitutto cibo e che i terroristi se ne vadano. Alcune proteste sono convocate sui canali telegram, altre sono spontanee, come accaduto il giorno del funerale di Odai Nasser Saadi, il ragazzo torturato e ucciso da Hamas, buttato giù dal tetto della sua casa con in tasca un biglietto: “Questo è il prezzo per tutti quelli che criticano Hamas”, c’era scritto. Odai aveva preso parte alle proteste, era stato già arrestato mesi fa, era stato rilasciato ma privato di telefono e documenti, poi era sceso in strada, aveva urlato contro i terroristi. Trenta miliziani armati sono andati a cercarlo per ucciderlo. Il suo funerale, mentre la barella con sopra il corpo avvolto in un lenzuolo veniva portato per le strade di Gaza City, si è trasformato in una protesta contro i terroristi. Non c’erano molte persone, era una protesta di famiglia, disperata e furiosa, scandita dagli spari dei parenti armati che giuravano vendetta. Chi protesta è un traditore, un socio di Israele, il nemico che neppure i manifestanti considerano amico e anzi preferiscono che le autorità di Gerusalemme non commentino cosa accade dentro la Striscia: ogni parola è un rischio che legittima la caccia al collaboratore che Hamas sta intensificando.

Ieri le proteste sono state convocate per le quattro del pomeriggio a Deir al Balah, dove è stato ucciso Abdularahman Abusamra, a Jabalia, a Nuseirat, a Gaza City, ad al Shati, ad al Shujaiya, a Beit Lahia, dove sono incominciate, e in due punti di Khan Younis, la città di Yahya Sinwar, il capo di Hamas ucciso e di suo fratello Mohammed, uno dei rappresentanti del gruppo più noti ancora in vita. A Khan Younis Hamas aveva organizzato molte delle messinscene macabre per rilasciare gli ostaggi o i loro corpi. A Khan Younis sono state messe su un palco le bare dei fratelli Bibas, di Oded Lifschitz, del corpo che avrebbe dovuto essere di Shira Bibas e invece era di una donna mai identificata. A Khan Younis la folla si era accalcata attorno ad Arbel Yehud e Gadi Moses che hanno temuto il linciaggio mentre i membri di Hamas li portavano verso il palco da cui avrebbero dovuto salutare la folla arrivata per vedere gli israeliani usciti dai tunnel e urlargli contro. La Khan Younis degli spettacoli di Hamas con la gigantografia di Sinwar è la stessa che scende in strada, ma mentre degli eventi dei terroristi c’erano video dettagliati che indugiavano sul numero dei partecipanti, delle proteste arrivano poche immagini confuse e di bassa qualità.


“Non è la prima volta che i palestinesi a Gaza protestano, era già successo anche nel 2019. Che Hamas rubi gli aiuti umanitari non è nulla di nuovo, ora la situazione nella Striscia è diversa, insostenibile, ma quello che sta succedendo non è sufficiente per far crollare il potere dei terroristi”, commenta il giornalista, scettico e pessimista sul futuro di Gaza. “I palestinesi finora hanno avuto soltanto due opzioni, tutte e due pessime: Hamas e l’Autorità nazionale palestinese, che promuove gli stessi princìpi di Hamas. Oscillano fra l’uno e l’altro e nel mezzo ci sono vari gruppi armati, il più importante è il Jihad islamico, seguito da varie gang criminali che non hanno nessuna rilevanza. L’unica minaccia al potere di Hamas è il Jihad islamico”. Gaza rimane una scatola dalla quale le persone vorrebbero uscire. Non ci sono numeri concreti né su chi manifesta né su chi chiede di emigrare, quello che Hamas non vuole che si veda rimane al buio.

Il giornalista è molto noto in Israele, ha trascorso la sua carriera a seguire le vicende dei palestinesi e degli israeliani, ha visto i gruppi terroristi alternarsi, prendere il potere, insegnare alle generazioni che crescevano come seguire il loro esempio. Lui è cittadino israeliano, “sono un cittadino fedele ma vedo i problemi, c’è una completa uguaglianza nel sistema sanitario e nell’istruzione, manca però nelle politiche per l’impiego”. Vede anche i problemi politici, in una destra estrema che vuole identificare un nemico dove non esiste: “Israele combatte su sette fronti, in politica c’è chi vuole aprire anche l’ottavo, quello interno. Lo dico da arabo israeliano: non esiste. Non esiste una quinta colonna araba dentro Israele. Gli arabi di Israele sanno chi sono e tra gli arabi, siamo gli arabi di cui non parla nessuno: i dimenticati”.

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull’Unione europea, scritto su carta e “a voce”. E’ autrice del podcast “Diventare Zelensky”. In libreria con “La cortina di vetro” (Mondadori)

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