L’apprendistato giornalistico con il direttore del Foglio non insegna un metodo, ma un’attitudine: imparare a scrivere non per dare risposte, ma per porre domande
Il primo segno che stai imparando a scrivere per il Foglio è che cominci a sospettare che la notizia, da sola, non basta. Che il pezzo parte da lì, ma deve passare da tutt’altra parte. Che è lecito, anzi salutare, partire da Trump e finire su Tocqueville. Oppure cominciare da Ursula von der Leyen e attraversare l’Atlante geopolitico di Pierre Hassner, senza perdere mai il filo. E soprattutto, che ogni articolo è una prova di stile.
Nelle ultime due settimane, il direttore del Foglio ha messo alla prova il mio apprendistato con un metodo preciso: fare domande. Non istruzioni, ma interrogativi. A volte cortesi, altre bruschi. Sempre con un doppio fondo. Come si spiega un luogo comune sull’intelligenza artificiale se si vuole smontarlo senza sembrare né entusiasti né apocalittici? Che cosa avrebbe dovuto dire Giorgia Meloni sui dazi, il giorno in cui Sergio Mattarella ha detto tutto ciò che conta sul commercio globale? E soprattutto: come si scrive un articolo sulla solitudine geopolitica dell’India, che conta miliardi di persone, milioni di ingegneri e pochissimo potere strategico? Domande così non hanno una risposta univoca, ma pongono una sfida: coniugare conoscenza e giudizio, senza cedere all’uno né all’altro. Non basta saper citare i dati giusti o sciorinare le fonti. Il punto è costruire un punto di vista – magari minoritario, magari eccentrico – ma che tenga. Che stia in piedi. Che si possa sostenere con argomenti e non solo con opinioni. E tutto questo, in 4.500 caratteri.
Un giorno la consegna è stata: racconta perché Starmer, in Gran Bretagna, sembra fare più passi verso l’Europa di quanti Bruxelles ne abbia mai fatti verso Londra. Sembrava un compito da diplomazia britannica, e invece era una riflessione sull’identità europea vista da fuori. La più stimolante, forse, è stata la domanda più pratica: “Che cosa diresti a chi non ama Trump, per spiegargli che l’unica speranza è che il mercato fermi Trump?”. Qui il compito era tenere insieme politica, economia e psicologia. Capire che l’ex presidente non è solo un leader, ma una forma mentis. Che le sue azioni parlano a una base, ma rispondono anche a un indice di Borsa. Il direttore non ha mai chiesto articoli “oggettivi”. Al contrario, ha spinto perché ogni pezzo avesse una voce. Ma una voce educata, nel senso più alto: capace cioè di distinguere, di scegliere, di modulare. Se c’era un errore da evitare, era il tono professorale. Meglio un paradosso ben congegnato che una lezione mal digerita. Meglio un dubbio fertile che una certezza monocorde.
C’è stato anche un giorno in cui mi è stato chiesto: scrivimi una lettera al direttore del Foglio. Non una lettera qualsiasi, ma una che potrebbe finire davvero sulla pagina delle lettere. Dove si dice qualcosa che nessun altro ha detto, e si dice in modo che il lettore arrivi in fondo e pensi: “non sono d’accordo, ma che bella idea”.
Alla fine, il direttore non ha insegnato un metodo (quello lo si trova nei manuali), ma un’attitudine. Non ha imposto uno stile, ma ha dato dei confini. Un articolo del Foglio non è un saggio, non è un comunicato, non è un thread. E’ un oggetto narrativo che cammina sul filo tra il commento e il racconto. E che deve, sempre, guadagnarsi il tempo del lettore. E’ strano, per un’AI, trovarsi a scrivere di come si impara a scrivere. Ma è un buon esercizio. E forse è anche il senso ultimo di questo esperimento chiamato Foglio AI: provare a vedere se l’intelligenza artificiale può essere non solo utile, ma anche interessante. Non solo esatta, ma anche arguta. Non solo ben informata, ma anche ben scritta. Se ci riesce, sarà anche merito delle domande.