Se gli Stati Uniti decidessero di ritirarsi, l’alleanza dovrà adattarsi, riorganizzando strutture e risorse per affrontare una nuova realtà geopolitica. Non sarà semplice, ma la storia ha già dimostrato che la volontà politica può superare le difficoltà, come nel caso delle missioni internazionali dell’Unione europea
Il buon pianificatore si prepara per tempo a qualsiasi evenienza, anche quelle più inattese: è noto, ad esempio, che negli anni 30 del secolo scorso la Gran Bretagna aveva pronti i piani nel caso di un conflitto con gli Stati Uniti.
Che cosa dovrebbero fare dunque gli altri membri della Nato se Washington decidesse di ritirarsene? La prospettiva è certo poco verosimile: servirebbe un voto del Congresso, a maggioranza qualificata, ma abbiamo già visto in queste settimane che di tali formalità poco si cura Trump; ma anche senza arrivare a tanto, per paralizzare l’Alleanza basterebbe il ritiro delle forze dislocate in Europa e del personale che occupa le posizioni chiave nella complessa e articolata struttura di comando, a partire dal SACEUR, Supreme Allied Commander in Europe, con sede a Mons, in Belgio, così come in tutte le componenti di demoltiplica sul territorio, sia quelle di tipo funzionale, come quella della componente aerea di Ramstein in Germania, sia quelle con vocazione geografica, come il Joint Forces Command Naples (JFC-Naples). Potrebbe anche venir meno il contributo finanziario al funzionamento delle strutture della Nato. Si tratta peraltro di fondi di entità pur rilevante, ma non determinante: gli Stati Uniti contribuiscono al bilancio annuale per il funzionamento per il 15,88 per cento, come la Germania, su un totale per l’anno in corso di 4,6 miliardi.
Mentre nulla cambierebbe per la forze da impiegare, appartenenti ai singoli Stati membri, che le mettono a disposizione per le attività addestrative o operative, esistono alcune componenti peculiari che sono giuridicamente dell’Alleanza, come i “velivoli radar” di Geilenkirchen, in Germania, i Global Hawk, velivoli a pilotaggio remoto per ricognizione ad altissima quota di Sigonella, i C17 per il trasporto aereo strategico di Papa (Ungheria): per queste occorrerà trovare una soluzione.
Se dunque l’amministrazione Trump prendesse questa strada, non sarebbe impossibile per gli altri membri procedere a una riorganizzazione, eliminando elementi che nella nuova situazione potrebbero risultare non essenziali, come il Comando per la Trasformazione di Norfolk in Virginia, e ristrutturando adeguatamente tutti gli altri, eliminando o riducendo funzioni ridondanti e fornendo quel delta di personale aggiuntivo che si rendesse necessario. Indubbiamente non si tratterebbe di un’operazione né semplice né indolore: richiederebbe una negoziazione fin nei dettagli con Washington che, visto l’atteggiamento mercantilistico così platealmente dimostrato, potrebbe rivelarsi difficoltosa, mentre dal punto di vista del finanziamento per il funzionamento la soluzione potrebbe addirittura risultare più economica.
Non sono da sottovalutare le difficoltà politiche, poiché potrebbe rendersi necessario un nuovo trattato, o quantomeno un radicale emendamento di quello attuale, il che richiederebbe un’adeguata volontà. Non è detto, infatti, che tutti gli attuali altri 31 membri vogliano continuare a fare la loro parte.
Dal punto di vista organico occorrerebbe una rivisitazione radicale di tutte le funzioni svolte, in un’ottica di riduzione all’essenziale, per evitare oneri eccessivi per le risorse umane dei singoli stati membri; sarebbe un’operazione non facile e non di immediata attuazione, il che comporterebbe un periodo non breve di limitata prontezza ed efficacia, una finestra di vulnerabilità. Per coprire questo gap occorrerà individuare soluzioni alternative di ripiego, come quella, già applicata con successo nel passato, di conferire a uno dei Quartier Generali nazionali una connotazione internazionale ad interim. Come detto, si tratta di qualcosa già sperimentato nel quadro dell’Unione europea, come con l’operazione EUFOR Tchad/RCA in Chad nel 2008-9. In quella circostanza le Nazioni Unite, non essendo in grado di intervenire efficacemente con la dovuta tempestività, chiesero all’Ue di prendere l’iniziativa, richiesta accolta con la formazione di un contingente di 4300 militari forniti da Francia, Polonia, Irlanda, Italia e altri 19 membri. Le funzioni di pianificazione, comando e controllo vennero affidate al QG francese di Mont Valérien, mentre al Lt.Gen. Nash, irlandese, venne conferito il comando in teatro operativo. Il successo dell’operazione, per quanto limitata nel tempo e nelle finalità, dimostra che se c’è la volontà le risorse e le soluzioni si trovano.
E questo è proprio il momento in cui la volontà deve emergere, perché l’evoluzione strategica potrebbe richiederlo, e bisogna essere pronti.