Non siamo creativi per caso. Intervista a Matteo Marzotto

“Non ho mai creduto alla storiella dell’Italia dove esiste una cultura spontanea del saper fare: dietro ci sono sacrifici e voglia di coniugare l’artigianato alla tecnologia più avanzata”, dice il presidente di Minerva Hub, costellazione di eccellenze industriali che producono finiture di lusso per i grandi marchi

Aspettiamo Matteo Marzotto fuori dal Clubino (“andiamo nel mio ufficio, dentro non è possibile parlare di lavoro, sa come sono questi circoli”), con il Circolo dell’Unione l’ultima enclave locale dove si raduni il testosterone dop e vip domiciliato in lombi aristocratici o massimamente altoborghesi. Dentro, il tempo ha deciso di fermarsi non per nostalgia, ma per strategia difensiva: certe poltrone sono tuttora più autorevoli di certi scranni, il legno profuma di conversazioni sussurrate, la cravatta – ghigliottina dei maschi etero e ricchi, quelli in via d’estinzione – è obbligatoria. Le donne non possono entrare, o meglio: entrano comunque, sotto forma di ricordo, di rimpianto, di pettegolezzo o di bonifico. Il concierge in livrea, che lo vede andar via, pronuncia un “arrivederci, conte” educato e convinto, cui Marzotto risponde con un “arrivederci” detto con il tono di chi saluta per gentilezza, non per abitudine.

La chiacchierata comincia così, con un titolo nobiliare lasciato sfarfallar via in un pomeriggio di inizio primavera. Gessato blu, scarpe nere, camicia a righe sottili, cravatta blu a minuscoli pois bianchi. Però basta abbassare lo sguardo sui polsi per capire che la storia è più complicata. Un braccialetto pieno di medaglie di San Benedetto, un altro d’oro, e all’indice un anello che pare hippie ma in realtà misura il battito cardiaco. “Mi dice che non dormo abbastanza”, commenta. Insomma, il polso sinistro prega, il destro investe, il dito misura. Il suo look è una metafora vivente: classico ma non noioso, spirituale ma non ascetico, quello di chi potrebbe benissimo fare il ceo di sé stesso – e forse lo fa – ma sempre con un understatement da gentiluomo che conosce il valore delle pause. Eppure, appena comincia a parlare, qualcosa cambia. Voce cortese ma svelta, risposte precise, niente autocelebrazione, ma nemmeno autocommiserazione.

“Viviamo nel periodo più spaventosamente ipocrita della storia”. Dietro al manager c’è anche il figlio di una madre mitologica, l’innamorato ricambiato da fidanzate leggendarie, il signore che non ama parlare troppo ma che, quando lo fa, preferisce farlo bene. Il suo cognome, per esempio, suona come un marchio registrato: “Sì, ma ha visto che Franceschini ha proposto di aggiungere o sostituire il cognome paterno con quello della madre? Se questa proposta andrà in porto, aggiungerò a “Marzotto” anche “Vacondio”, che era il cognome da nubile di mia madre, da cui ho ereditato una forte tendenza a non essere timido, anzi a dire sempre quello che penso. Non crede che andare con Dio sia un augurio bellissimo?”.

È molto credente e si definisce “in cammino” senza riserve, ha un volto che sembra progettato per la fotogenia, nonostante i sessanta in arrivo: li compirà il 26 settembre dell’anno prossimo, è nato a Roma nel 1966. Con MinervaHub, il gruppo che presiede e che dal 2023 è controllato dalla famiglia Garrone, ha costruito una costellazione di eccellenze industriali che producono finiture di lusso per i grandi marchi: venticinque aziende, un ecosistema di competenze che va dalla pelletteria alla calzatura, dai materiali plastici alle metallerie di precisione, che conta attualmente 230 milioni di euro di ricavi, un portafoglio che annovera oltre 1500 clienti (“e moltissimi non sono italiani”) e dà lavoro direttamente a 1400 persone. Quindi va così male o no, il sistema moda Italia?

“Sostanzialmente sta scontando una serie di turbolenze post Covid e quindi per me è impreciso riferirsi al 2025 in relazione al 2022: sarebbe più corretto tracciare una linea mediana dal 2018 a oggi. Poi sicuramente viviamo un processo di grande evoluzione che vede il nostro Paese, dove ci sono i più grandi e importanti distretti di ideazione e realizzazione di elementi che vanno a costituire il mondo del lusso, vittima di un colpo di frusta che però non intacca l’unicità delle nostre aziende medie o grandi, regionali o meno. Ma se guardiamo il settore nel lungo periodo, vediamo un trend chiaro: il lusso resta un mercato in crescita, con opportunità enormi. L’Italia ha una posizione unica: siamo il punto di riferimento per la manifattura d’eccellenza. Noi siamo dei porgitori di nuovi processi, di nuove esperienze, di nuovi sviluppi”. Ma questa unicità non è gratis… “Certo che no. È una filiera non priva di difetti, è molto frammentata e quindi può essere debole, vulnerabile. Strutture come Minerva cercano di difenderla e di tutelarla, ma in realtà penso che dovrebbero valorizzarla e riconoscerla chi da questa filiera trae maggiori benefici…”.

E quindi chi? O cosa? La nostra politica, i grandi imprenditori dei big business, i dispotici brand internazionali per cui lavorano le aziende del suo o di altri gruppi?

“Glielo dico sommessamente: i marchi globali potrebbero contribuire non solo a sostenere ma anche a rendere visibili le nostre competenze. Non ho mai creduto alla storiella dell’Italia in cui, spontaneamente o quasi, si viva in luoghi meravigliosi o in cui ci sia una cultura del saper fare nata così, per caso o per destino: dietro ci sono sacrifici, voglia di coniugare l’artigianato alla tecnologia più avanzata, ricerca di materiali sempre nuovi. E tutto questo ha un prezzo. Soprattutto in un Paese dove esistono ancora grandi preconcetti e luoghi comuni che mi danno molto fastidio”. Tipo? “Che non siamo un popolo affidabile in termini di tempi, consegne, assunzione di impegni”. Sì, come agli albori del Made in Italy, in pre-periodo Giorgini. È un luogo comune vero? “Siamo un popolo di individualisti, in cui è difficile fare sistema”. Sì, aggregare aziende in Italia è più difficile che mettere d’accordo sette cugini a Natale. Come ci riesce senza farsi venire l’ulcera? “No, guardi: se è per questo l’ulcera mi è già venuta. Però c’è una nuova generazione di industriali che comprende come, nel proprio interesse ma anche nell’interesse del Made in Italy, nell’unità c’è la forza, anche perché tra ditte differenti ci si può dare una mano in termini di conoscenze, saperi, tecniche”. È convinto che il futuro del lusso sia in mano agli artigiani e non agli hashtag o tantomeno agli storytelling aziendali: “Diffido di chi afferma, disperandosi, che alcuni marchi italiani siano finiti in mano straniere: il loro valore risiede in un’italianità formata da persone che qui certi prodotti di gamma altissima li pensano, li creano, e li eseguono. E non nella nazionalità del principale azionista. E vengono comprati e apprezzati proprio da persone che amano esattamente quell’italianità che è intrinseca alle nostre capacità. Lo storytelling e la tradizione sono valori aggiunti anche dal punto di vista del marketing, ma ritengo che la qualità debba essere sostenuta nella quotidianità di chi fa, non di chi racconta. E qui si apre tutto un discorso sulla dicotomia tra cosa è “esclusivo” e cosa è “lusso”: si pensa che siano direttamente proporzionali ma in realtà il tema non è più la scarsità che crea desiderio, ma sono le doti costitutive di ogni prodotto a renderlo lussuoso: le materie prime, le rifiniture, una cura estrema dei dettagli, per esempio. È un ragionamento delicato, che deve portare alla confezione di oggetti – che siano abiti, accessori, gioielli – che devono essere, e lo dico anche contro i miei interessi, non solo duraturi, ma addirittura transgenerazionali. Che questo possa generare una dinamica dei consumi un po’ meno compulsiva e un po’ più colta, non può che farmi piacere, chiaramente. E deve partire da qui: recentemente ho letto un saggio di Federico Rampini, “Grazie Occidente”, che invita la tanto strapazzata Europa a non essere più così tanto autolesionista, dato che anche le economie emergenti puntano al nostro lifestyle, non a quello di altri continenti. Non si sognano neanche di contrastare il fetido Occidente”. Sorride. Dopo avere lavorato per quindici anni nelle aziende collegate agli interessi di famiglia, tra il 2003 e il 2008 è stato prima direttore generale operativo, poi presidente di Valentino. Come imprenditore, tra il 2009 e il 2013 ha acquisito e rilanciato Vionnet, poi rilevata dalla miliardaria kazaka Goga Ashkenazi: “Non ne so più nulla, smettetela di chiedermi dove sia, spero solo stia bene da qualche parte nel mondo”. È stato presidente e amministratore delegato di Fiera di Vicenza dal 2013 fino al 2016, poi vicepresidente esecutivo di Italian Exhibition Group, società nata dall’integrazione tra Fiera di Vicenza e Rimini Fiera, quindi presidente e commissario di Enit, l’Agenzia Nazionale del Turismo dal 2008 al 2011, in seguito presidente del marchio Dondup dal 2016 al 2021. È vicepresidente di Associazione Progetto Marzotto dal 2018 e presidente di Mittelmoda Fashion Award da settembre 2008. A febbraio del 2023 Sergio Mattarella gli ha conferito l’Onorificenza di Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana per la promozione dell’attività di ricerca scientifica sulla fibrosi cistica, grave malattia genetica che ha colpito la sorella maggiore Annalisa, morta nel 1989 a trentuno anni. Una carriera “tra luci e ombre”, come direbbero i cronisti antidiluviani. Ha imparato di più dai fallimenti o dai successi? “Ma dai fallimenti, senza dubbio. Soprattutto quando i successi arrivano troppo facili o troppo presto”. Abbiamo capito, ma la sua autobiografia del 2009 s’intitola “Volare alto” e non “volare basso”… “Perché in alto sei più sicuro, è vicino a terra che è più pericoloso, sono uno coerente. Ho una certezza: quella di essere ampiamente sopravvalutato, non l’ho detto a nessuno. Io ne ho fatte tante, ma alcune le ho fatte male. C’è chi ne ha fatte numericamente meno di me, ma ha fatto tutto bene, io no”. Secondo lei Milano è ancora la capitale del fashion system o è diventata la sala d’aspetto del prossimo rebranding? “Non credo che Milano abbia perso dignità nella sua fashion week. Mah, posso seguirla sul fatto che la settimana della moda a Parigi sia più spettacolare, ma senza la cultura del lusso italiana non ci sarebbe quella francese, e forse viceversa”. È vero, del resto la moda è seconda solo al turismo, nella nostra economia… “Mi considero un buon conoscitore del nostro Paese e devo dire, a costo di sembrare antipatico, che il turismo magari fatturerà un po’ di più dell’high fashion ma la percezione del valore di quest’ultimo, in una nazione dove tutte le regioni non resistono a voler offrire tutto e di tutto, è infinitamente superiore. Le città d’arte, dice? Ma mica è merito nostro: l’arte è l’hardware dell’Italia e quello nessuno lo discute, il nostro software – servizi, iniziative, perfino il piacere – è decisamente inferiore. Guardi come trattano il turismo a Venezia, a Roma, a Napoli…”. L’ultima domanda: chi sarebbe se non fosse un Marzotto? “La sua è una domanda ambiziosa, come avrebbe detto Coco Chanel. Sarei stato un pilota di aerei o di auto sportive. Credo. Ma è andata così”.

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