La premier riunisce una task force come risposta alle tariffe imposte da Trump. Inizia la trattativa in Europa: il Patto di stabilità va cambiato
Niente panico. Evitiamo l’oroscopo e i numeri al lotto. Quindi zero cifre a casaccio, please. Giorgia Meloni si risveglia con i dazi americani imposti dall’ “amico” Donald Trump e ha una serie di problemi da risolvere. Istituzionali, politici, di posizionamento europeo e anche comunicativi. D’altronde era andata a letto con l’annuncio delle tariffe Usa, accompagnando la notizia da un commento su Facebook, bollando la misura come “sbagliata” e ribadendo la sua volontà di scongiurare una guerra commerciale.
La data del 2 aprile era nota ormai da mesi in tutto il mondo, tuttavia il day after della premier è all’insegna della reazione d’emergenza. Annulla così la trasferta in Calabria e con una certa gravitas convoca a Palazzo Chigi una task force con i ministri più vicini al dossier. La riunione dura circa un’ora e mezza e vi partecipano anche i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani (videocollegato da Bruxelles), poi i titolari dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida, del Made in Italy Adolfo Urso e degli Affari europei Tommaso Foti. Le Borse la prendono male, le associazioni di categoria pressano, Meloni è “preoccupata”. Le opposizioni hanno gioco facile a rinfacciarle il rapporto privilegiato con chi adesso potrebbe mettere in crisi l’economia italiana. La presidente del Consiglio si muove in una foresta di punti interrogativi. Ma deve uscire dal bunker. Ecco perché parla al Tg1 delle 20.
Gli occhi dei riuniti a Palazzo Chigi sono rivolti tutti verso Giorgetti. E’ lui che regge i cordoni della borsa e da lui che ci si aspetta una prima analisi delle ripercussioni economiche dei dazi. Secondo quanto filtra dal ministero dell’Economia non ci saranno per il momento impatti effettivi su questo semestre, semmai sul prossimo. Di sicuro sui tendenziali del 2026. Da Via XX Settembre escludono e scacciano come conseguenza delle tariffe lo spettro di una manovra correttiva, fantasma che si affaccia in queste ore nei conciliaboli in Parlamento. C’è la consapevolezza che ricorrere a indennizzi statali per le imprese più esposte non sia, per motivi di cassa, una strada percorribile. Il tema è la preparazione dell’Italia a questa offensiva commerciale dell’America trumpiana. Che è il grimaldello usato subito dalle opposizioni per cercare di mettere in un angolo Meloni. Si respira un clima di accerchiamento intorno a Palazzo Chigi perché dai territori, compresi quelli governati dal centrodestra, si levano voci preoccupate. La leader di Fratelli d’Italia sa che deve costruirsi una posizione pubblica e quindi politica da portare a Bruxelles.
In privato continua a reputare come suicida l’evenienza di una guerra commerciale con una risposta muscolare dell’Europa a suon di contro dazi. Teme si inneschi una spirale da cui sarebbe difficile uscire. “Niente panico, niente allarmismi”, sono le parole d’ordine. Le associazioni di categoria chiedono di essere ricevute a Palazzo Chigi, esigono interventi a protezioni dei dazi. Questa giornata particolare, forse tra le più complicate da quando Meloni è salita al potere, è caratterizzata dalla missione di Antonio Tajani a Bruxelles. Il ministro degli Esteri e vicepremier incontra il commissario Ue al commercio Maros Sefcovic. I due si conoscono da tempo, e anche questo può risultare utile in questa trattativa (entrambi sono stati vicepresidenti della Commissione Barroso 2 e per un periodo entrambi sono stati commissari nella Commissione Barroso 1, con Tajani commissario ai trasporti; inoltre durante la Commissione Juncker Tajani era presidente del Parlamento europeo quando Sefcovic era commissario all’Unione per l’energia). Il ministro degli Esteri gli consegna una lunga lista di prodotti italiani “sui quali bisogna intervenire affinché possano essere tutelati”. La lista comprende una trentina di prodotti, tra cui il settore vinicolo – ecco perché si chiede l’esclusione del whisky dalle contromosse Ue – il motociclo e la gioielleria, la farmaceutica. La lista è di stretta competenza della Ue, al momento il “Consiglio Trade” sta ascoltando tutti i partner europei. Il ragionamento della Farnesina è questo: una reazione decisa sull’alcool andrebbe a colpire le esportazioni europee di vino, che sono molto più rilevanti. Sulla definizione della lista bisogna aspettare fino al 15 aprile.
La risposta della Ue ci sarà, è la consapevolezza di Roma, che vuole evitare il muro contro muro, convinta che i dazi di Trump non dureranno per molto. Meloni in due minuti di intervista al Tg1 dice che “bisogna aprire una discussione franca nel merito con gli americani con l’obiettivo di arrivare a rimuovere i dazi, non a moltiplicarli”. Sa che il momento è molto complicato e davanti alle critiche dell’opposizione che le piovono addosso spiega che finora non ha ricevuto proposte dalle minoranze. La difficoltà del governo è palpabile. La sua principale preoccupazione è il messaggio percepito dagli italiani ecco perché ribadisce come “scelta sbagliata” la decisione dell’Amministrazione Usa perché non favorisce la propria economia né quella europea. Ma poi ribadisce che non “dobbiamo alimentare l’allarmismo che sto sentendo in queste ore. Il mercato degli Stati Uniti è un mercato importante per le esportazioni italiane, vale alla fine il 10 per cento del complessivo delle nostre esportazioni e noi non smetteremo di esportare negli Stati Uniti”. Significa, spiega, che “abbiamo un altro problema che dobbiamo risolvere, ma non è la catastrofe che insomma, alcuni stanno raccontando”. Aspettando di parlare con il vicepresidente americano Vance, l’attenzione della premier è rivolta all’Europa. Ecco perché al Tg1 cita il patto di stabilità: forse una revisione del patto di stabilità a questo punto sarebbe necessaria”. E’ possibile, ammette, che le proposte italiane non siano perfettamente sovrapponibili con i partner europei “ma abbiamo il dovere di farlo”. Il fronte è doppio. La prossima settimana incontrerà le associazioni di categoria, già sul piede di guerra.