Per limitare i danni dei dazi di Trump l’Italia dovrebbe approvare l’accordo di libero scambio tra Europa e paesi del Sud America, ma sembra preferire la vicinanza alla Coldiretti all’interesse nazionale
Con Donald Trump l’indice che misura l’incertezza della politica commerciale è arrivato ai massimi storici, più che doppiando il precedente picco del 2019 quando sempre Trump mise i dazi sul Messico. L’indice che misura più in generale l’incertezza della politica economica globale ha addirittura superato il precedente record raggiunto sotto il Covid. Non è un caso. Ieri, poche ore prima dell’annuncio, nessuno aveva un’idea precisa di quali dazi Trump stesse per imporre al resto del mondo. Questo senso di caos e smarrimento ovviamente si riflette nella risposta agli Stati Uniti che l’Unione europea, attraverso la Commissione Ue e gli stati membri, sta formulando. Rispondere subito con i controdazi per costringere Trump a trattare oppure negoziare prima di fare ritorsioni?
Nel primo caso il rischio è di provocare un’escalation che sarebbe ancora più dannosa per l’economia europea. Nel secondo caso è quello che Trump non si sieda proprio al tavolo della trattativa. A questo si aggiunge la difficoltà, nel negoziato in corso, a trovare delle contropartite. La Commissione europea era abbastanza convinta di poter offrire alla Casa Bianca un incremento degli acquisti di gas e petrolio per riequilibrare il deficit commerciale Usa. D’altronde questa era stata una esplicita richiesta di Trump e l’acquisto di Gnl era stato un elemento cruciale dell’accordo sul rinvio dei dazi fra Trump e Jean-Claude Juncker, il predecessore di Ursula von der Leyen. Ma nelle discussioni di questi giorni i funzionari europei non hanno trovato a Washington orecchie interessate neppure su questo tema.
In questo quadro così complesso, Giorgia Meloni propende per una strategia cauta e di confronto, più che di scontro, con gli Stati Uniti. La posizione dialogante della premier italiana è certamente dovuta ai suoi buoni rapporti con il presidente statunitense, che possono essere un attivo politico nel caso in cui l’Italia dovesse riuscire a fare “da ponte” tra Europa e Stati Uniti, oppure rivelarsi una passività se Trump andrà dritto per la sua strada e la linea di Meloni apparirà una forma di arrendevolezza contraria all’interesse economico dell’Italia e dell’Europa. Naturalmente il successo o meno di questa strategia sarà la conseguenza del confronto in corso in Europa e, soprattutto, delle scelte prese alla Casa Bianca. Quindi dipenderà, in larga misura, da decisioni prese da altri.
Ma c’è qualcosa che l’Italia può fare per limitare l’impatto negativo dei dazi sulla propria economia e che dipende dalla sua volontà politica. È l’approvazione dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay). Il trattato, chiuso lo scorso dicembre da Von der Leyen a Montevideo, abbatte reciprocamente i dazi del 90%, integrando due mercati complessivamente di 700 milioni di persone. Come per ogni accordo commerciale che abbatte le barriere tariffarie e non tariffarie, i vantaggi sono reciproci. L’Italia sarebbe uno dei maggiori beneficiari tra i paesi dell’Ue, per la sua vocazione all’export e per i vantaggi comparati in numerosi settori industriali, dalla meccanica all’automotive, dalla farmaceutica alla siderurgia passando per l’agroalimentare. Quest’ultimo settore, ora in particolare apprensione, per i dazi annunciati dagli Stati Uniti sul vino, ha grandi potenzialità di penetrazione sia per il riconoscimento delle denominazioni d’origine sia per la riduzione delle tariffe. Per giunta, come ha scritto il Foglio nei giorni scorsi, il Brasile (che è il paese più grande del blocco) ha deciso di azzerare anche i dazi su pasta e olio d’oliva, che erano rimasti fuori dall’accordo.
Per l’entrata in vigore dell’accordo Ue-Mercosur è necessaria l’approvazione in Consiglio europeo, dove il governo italiano è l’ago della bilancia. Dal punto di vista economico non ha alcun senso che l’Italia si schieri con la minoranza di blocco, ma dal punto di vista politico le cose sono molto diverse. Il governo Meloni, finora, si è espresso contro l’accordo sostanzialmente perché sono contrarie le associazioni degli agricoltori. Tutto il resto del sistema produttivo italiano, a partire dall’industria agroalimentare, è favorevole soprattutto ora che servono nuovi sbocchi per l’export se si chiude il mercato americano. Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini lo ricorda da tempo.
Ma, paradossalmente, per quanto i vantaggi siano chiarei, le voci del sistema produttivo sono inascoltate o sottorappresentate in politica. A parte pochi parlamentari di opposizione, come Luigi Marattin (Pld) e Carlo Calenda (Azione), nessun partito di maggioranza o di minoranza si è apertamente schierato a favore del trattato con il Mercosur che abbatte i dazi. Le responsabilità, ovviamente, sono maggiori per chi governa rispetto a chi fa opposizione. Nei giorni scorsi il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha presentato in pompa magna un “Piano d’azione per l’export nei mercati extra Ue”, in cui non c’è scritto se l’Italia approverà o meno il trattato. Il governo ha quindi una strategia per i prossimi anni, ma non sa cosa farà nei prossimi mesi quando a Bruxelles si dovrà prendere una decisione.
Se è comprensibile che Giorgia Meloni sia indecisa tra il dialogo con Trump e la reazione unitaria dell’Europa, è ingiustificabile la sua indecisione tra la vicinanza alla Coldiretti e l’interesse nazionale.