Il mondo fa i conti con la guerra economica mondiale scatenata dagli Stati Uniti. Il presidente promette ripercussioni positive per la produzione e il disavanzo estero americani, ma il calcolo dei contraccolpi è tutt’altro che semplice
Una nuova cortina è calata sul mondo, non è di ferro ma di dollari. Nel pomeriggio di mercoledì 2 aprile è andata in scena nel cortile delle rose della Casa Bianca, in diretta televisiva, una delle più grandi mistificazioni politiche e una delle peggiori manipolazioni economiche che si ricordino. Donald Trump ha imposto una tassa sui consumatori americani raccontando loro che così avrebbe ridotto le tasse. Ha aperto una guerra economica mondiale che finirà per colpire anche gli Stati Uniti offrendo alla Cina il vantaggio di presentarsi come una “benevola” alternativa per i paesi penalizzati, non solo quelli del “sud globale”, ma potenzialmente di quell’Europa “che ci ha sempre derubato”, ha proclamato il presidente inaugurando così “una nuova era di protezionismo” persino peggiore di quella degli anni ’30, ha scritto in un editoriale il Wall Street Journal.
The Donald ha parlato con la sua solita sicumera reggendo un cartellone con due colonne di cifre: su una la percentuale, paese per paese, degli oneri che ricadono sulle imprese americane, oneri diretti e indiretti, compresa quella che ha chiamato “la manipolazione monetaria”; dall’altro sulle tariffe che verranno imposte. Si parte da una base comune del 10 per cento per chiunque voglia vendere qualsiasi cosa sul mercato americano. Per le auto si sale al 25 per cento. I prodotti dell’Unione europea saranno caricati del 20 per cento, per il Giappone 24 per cento, così come per l’India, con la Cina si sale al 34 per cento. E così via. Oggi saranno noti maggiori dettagli, ma già in tutto il mondo si fanno i conti e si cerca di trovare una risposta. Ursula von der Leyen minaccia lotta dura senza paura. Nessuno è senza peccato sia chiaro, nemmeno l’Unione europea con le sue barriere fiscali, burocratiche, regolamentari. Non parliamo della Cina. Ma anziché chiedere a tutti di aprire le porte, Trump chiude quelle americane. Il commercio mondiale non finirà, le grandi fiere internazionali hanno segnato persino il medioevo. Il problema è con quali costi, chi sarà il più penalizzato. E nemmeno gli Stati Uniti sfuggiranno alla legge bronzea degli scambi.
C’è una logica in questa follia? Potrebbe esserci una logica di politica internazionale se non venissero colpiti duramente anche i paesi alleati verso i quali Trump manifesta una particolare acredine. “E’ la fine della leadership americana” secondo il Wall Street Journal. Impossibile trovare una logica economica ed è ancora difficile calcolare gli effetti sul mercato mondiale innanzitutto perché non si sa come reagiranno i diversi paesi. Inoltre non è chiaro come si comporteranno gli stessi americani, non solo chi investe (le borse hanno reagito subito male in America e in Asia), ma chi compra. C’è anche una conseguenza paradossale: i dazi come tutte le imposte hanno un effetto sulla distribuzione dei redditi, ebbene le tariffe di Trump realizzano uno spostamento di ricchezza dai consumatori che pagheranno di più le stesse merci alle imprese protette e ai loro dipendenti, il contrario di quel che è stato raccontato al “popolo MAGA” e in generale agli americani. Saranno colpite anche le esportazioni del made in Usa, un effetto meno pesante visto che rappresentano non più del 15 per cento del prodotto lordo. The Donald sembra quasi il Mago Cipolla che ipnotizza l’ignaro Mario e gli fa credere di essere la ragazza amata, come nel racconto di Thomas Mann.
Un’altra illusione è che si possa colmare il disavanzo estero con le tariffe. Il deficit americano è senza dubbio ampio: 295 miliardi di dollari con la Cina, 235 miliardi con la Ue, 171 con il Messico, 123 con il Vietnam, 116 con Taiwan, 68 con il Giappone, 66 con la Corea del sud, soltanto 64 con il Canada nonostante sia stato preso di petto. Se guardiamo a che cosa genera questo disavanzo vediamo che sono soprattutto i beni industriali e su questo Trump ha ragione. In particolare l’auto (con Messico, Giappone, Canada, Corea del sud, Europa), la farmaceutica e i macchinari con la Ue e l’Italia sarà molto penalizzata perché sono i suoi punti di forza nell’export. Gli Stati Uniti hanno un grande surplus con il resto del mondo nei servizi a cominciare da quelli finanziari. Ciò deriva non dai “furti” del resto del mondo, ma dalla riconversione economica compiuta dagli Stati Uniti negli ultimi cinquant’anni, con una formidabile accelerazione negli anni ’80 favorita dalla presidenza di Ronald Reagan il cui ritratto campeggia nell’ufficio ovale. Ancora una volta il Mago Cipolla illude il povero Mario.
L’Ufficio americano della statistica ha pubblicato i dati sulla produttività del lavoro dal 1947 in poi. Si vede chiaramente che cresce in media annua fino al 1974 (+2,7%) e dal 2001 al 2008, mentre in genere oscilla attorno all’1,5% con una certa ripresa negli anni di Biden. Se prendiamo i paesi del G7 troviamo che la produttività americana viene superata dalla Germania, dal Giappone, dalla Francia. Dunque, lo squilibrio manifatturiero dipende in gran parte dalla minore efficienza. Chi si comprerebbe una macchina costruita con gli standard americani, grande, ingombrante, costosa, inquinante, che beve benzina come una spugna (negli States costa appena 80 centesimi di dollaro al litro). Ciò vale per la Ue, per l’India, per la Cina, anche nello stesso sud America: in Brasile o in Argentina la Fiat è ancora la numero uno. Il marchio americano che ha fatto successo in Europa è la Jeep costruita in Italia, un brand rilanciato dalla Fiat. La Ford produce in Germania, Spagna, Romania, oltre all’Inghilterra. La Stellantis, anche se per metà è americana, stima di perdere circa un miliardo di dollari.
Forbes ha calcolato i profitti delle duemila più grandi imprese mondiali nel 2022. Le imprese americane hanno ottenuto il 38 per cento dei profitti totali, quelle europee il 35 per cento, quelle cinesi appena il 16 per cento. Se prendiamo i diversi settori industriali vediamo che nelle tecnologie dell’informazione l’80 per cento dei profitti è andato ai colossi americani, nei servizi il 68 per cento, nella difesa e nell’aerospazio il 66 per cento, nelle biotecnologie il 60 per cento, nei semiconduttori il 58 per cento. Gli Usa sono in ritardo nella manifattura tradizionale, i paesi alleati godono un vantaggio nella chimica, nelle telecomunicazioni, nei materiali, nelle assicurazioni, mentre i cinesi prevalgono nelle banche con i loro giganti semi-statali.
Il calcolo dei contraccolpi non si può fare solo con la tavola del dare e dell’avere. L’economia è un intreccio inestricabile di interdipendenze strutturali. L’ufficio studi della Confindustria ha simulato l’effetto negativo sul prodotto lordo prima ancora di conoscere i dettagli (sarebbe dello 0,6%), ma soprattutto ha sollevato il serio dubbio che le imprese, quelle che possono, spostino parte della loro attività negli Stati Uniti, riducendo così l’export italiano. Una vera e propria fuga non solo dei capitali, ma della produzione e dei posti di lavoro. I sovranisti sono avvertiti. Ciò sarà vero in generale e spingerà i paesi più colpiti a reagire a loro volta con barriere all’import di prodotti americani, tassando non solo Big Tech o Big Pharm, ma anche i capitali. Si apre così un nuovo vaso di Pandora, quello del dollaro. Nel 1971 Richard Nixon, altro presidente amato da Trump, reagì al più grande squilibro della bilancia estera americana con una enorme svalutazione del dollaro, dopo aver rotto il suo legame con l’oro. La teoria economica dice che quello è lo strumento più efficace per chiudere la forbice, ma anche il più pericoloso, perché oltre a una guerra commerciale scatena una guerra monetaria. Alcuni trumpiani sostengono che facendo l’America di nuovo grande, il dollaro si rivaluterà, altri pensano che succederà il contrario proprio per dar fiato al made in Usa, anche se questo aggiungerà inflazione. Trump oscilla di qua e di là, intanto gioca con le criptovalute sia collegate al dollaro sia in alternativa nelle riserve americane. Sarà questa la prossima puntata di un dramma del quale non c’era proprio bisogno.