Il Wisconsin boccia Musk (Soros non c’entra nulla). Il tycoon è diventato troppo ingombrante

Il responsabile del finto ministero per l’Efficienza americano scommette 25 milioni su un giudice conservatore ma perde. Il voto diventa un referendum sulla sua influenza politica. Quanto è ingombrante per i trumpiani

Elon Musk ha perso la sua scommessa in Wisconsin e George Soros non c’entra nulla. Il 52 per cento degli aventi diritto – un’affluenza alta per questo tipo di elezioni – ha votato al 55 per cento per Susan Crawford, che diventerà un giudice della Corte suprema dello stato, mantenendo la maggioranza 4 a 3 dei giudici di orientamento progressista nella Corte. Musk, il più ricco del mondo e responsabile del finto ministero per l’Efficienza che sta snellendo lo stato americano a suon di tagli ideologici, aveva fatto campagna per Brad Schimel, che ha ottenuto il 45 per cento dei consensi. Fare campagna, per Musk, significa investire soldi, tenere comizi, organizzare lotterie per gli elettori che firmano appelli (in questo caso lo slogan era: fermiamo i giudici attivisti) o s’iscrivono nei registri elettorali. Nella corsa in Wisconsin, Musk ha messo poco meno di 25 milioni di dollari: da solo ha speso più di tutti i donatori che sostenevano Crawford, tra cui c’è Soros, che di milioni, attraverso la sua fondazione, ne ha messi due. E’ stata una campagna dispendiosissima, da 100 milioni di dollari (in Wisconsin non c’è un tetto alle donazioni elettorali), perché Musk ha voluto così: ci teneva molto, ha postato ininterrottamente sul social di sua proprietà X a favore di Schimel ma allargando la questione alla difesa della “civiltà occidentale” che, secondo lui, dipendeva da questo voto, perché i liberal vogliono ridisegnare i distretti e così cancellare i seggi che vanno ai repubblicani, e perché sempre i liberal continuano a promuovere “giudici finti” e “giudici attivisti” che dovrebbero essere, sempre secondo lui, portati all’impeachment. Musk non ha mai detto naturalmente che la Corte del Wisconsin deve decidere cosa fare della denuncia che Tesla, società di sua proprietà ha fatto allo stato, che impedisce ai produttori di auto di vendere direttamente ai consumatori, ma prevede l’intermediazione di un concessionario.



La presenza ingombrante di Musk ha cancellato tutto il resto, anche quel che conta davvero, come la filosofia giuridica di Crawford e Schimel, e il voto si è trasformato in un referendum sull’imprenditore prestato alla politica, che non è stato eletto, ma ha un potere, un’influenza e un accesso a documenti e dati sensibili straordinari. I repubblicani, che si sono felicemente adattati a questa nuova America in cui sono molto potenti, hanno avuto qualche dubbio, e infatti alcuni di loro hanno più volte chiesto a Donald Trump di andare lui in Wisconsin a tenere almeno un comizio. Il presidente è considerato elettoralmente più forte di Musk, le rilevazioni mostrano che il metodo del tycoon non piace granché, i princìpi sono condivisi ma i modi no. Gli americani si sono consegnati a Trump, non a Musk, e l’uomo più ricco del mondo che si presenta ai consigli dei ministri o a incontri riservati al Pentagono in cui non è stato invitato fa storcere un po’ il naso, non solo agli elettori. Ieri Politico ha pubblicato un articolo di Rachael Bade che raccoglie voci anonime che sostengono che Musk lascerà presto il suo “ruolo di partner di governo, cheerleader ubiquo e sicario di Washington”: non c’è nessun problema personale, Trump è contento di Musk, ma inizia a pensare che possa costituire un peso dal punto di vista politico. In effetti in Wisconsin lo è stato, anche se la Casa Bianca ha smentito con i suoi soliti toni misurati – “questo scoop è spazzatura” – e ha detto che Musk lascerà il suo finto ministero solo a lavoro finito.

l tycoon non ha commentato la sconfitta – la regola del trumpismo secondo cui non si ammette mai di aver perso vale sempre e per tutti – ma ha segnalato di aver vinto su un’altra cosa, all’improvviso diventata “la cosa più importante”: l’obbligo di mostrare un documento di identificazione con la foto ai seggi elettorali. Sono dieci anni che c’è una legge in Wisconsin che impone di portare un documento quando si va a votare, ma si votava per un emendamento che irrigidisce la norma per evitare quel che, secondo i trumpiani, è un grave problema, cioè le frodi elettorali.

L’emendamento è passato, Musk ha avuto la sua consolazione, e può continuare così la sua battaglia di civiltà contro “i giudici attivisti”. E’ una battaglia che il tycoon combatte a livello globale e lunedì, alla vigilia del voto in Wisconsin, ha ricevuto l’assist dalla Francia, dove il Tribunale di Parigi ha condannato la candidata più affine ai trumpiani, Marine Le Pen, all’ineleggibilità per cinque anni, a cominciare da subito, alla fine di un processo in cui la leader sovranista è risultata colpevole di appropriazione indebita di fondi pubblici europei (non francesi: europei). Musk è subito intervenuto, la strada era già stata aperta da J. D. Vance, il vicepresidente, nel suo discorso di metà maggio alla Conferenza di Monaco e poi ribadito in più occasioni: quando non riescono a vincere, gli europei liberali cancellano i loro rivali nelle aule di tribunale. E’ successo in Romania ed è successo ora in Francia, ha detto Musk, usando le stesse parole di Vladimir Putin. Secondo il tycoon e i trumpiani, anche in America sta succedendo la stessa cosa – non devono essersi accorti che la Corte suprema americana ha concesso l’immunità a Trump ed è per questo che ha potuto candidarsi pur essendo stato condannato – e per questo Musk ha cominciato la sua opera di efficienza proprio sospendendo i giudici che in qualche modo erano coinvolti nei processi che riguardavano Trump.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d’amore – corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d’amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l’Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell’Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi

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