Combattere i dazi di Trump è facile. Combattere ciò che i dazi rappresentano è più complicato. La nuova guerra commerciale ci ricorda perché difendere la globalizzazione è ancora il modo migliore per difendere il nostro benessere
Per ragionare attorno al famigerato giorno della liberazione di Trump, il giorno cioè scelto dal presidente americano per squadernare la sua strategia sui dazi all’Europa, si possono seguire due chiavi di lettura differenti, anche se simmetriche. La prima chiave di lettura è quella che riguarda i dettagli dei dazi ed è quella che ci porta a capire chi sarà più colpito, chi sarà meno colpito, chi sarà graziato, chi sarà castigato dalla mannaia trumpiana. La seconda chiave di lettura è quella che riguarda un particolare forse più rilevante rispetto ai singoli numeri e alle singole percentuali dei dazi ed è un particolare che riguarda la radice della scelta trumpiana.
Per Trump i dazi non sono semplicemente uno strumento da utilizzare in modo spregiudicato per condurre trattative negoziali con i paesi colpiti: io annuncio un dazio e tu se non vuoi il dazio fai un favore all’America. Per Trump, i dazi sono qualcosa di più. Sono il riflesso di un pensiero politico, sono lo specchio di una fede economica, sono lo specchio di un modo preciso di osservare il mondo. Il 20 gennaio del 2025, durante la parata per l’Inauguration day alla Capital One Arena, Trump ha detto che, a suo modo di vedere, “i dazi sono le parole più belle per me nel dizionario”. E la ragione per cui Trump considera la parola dazio la parola più bella del dizionario è legata a un fatto semplice ed elementare che dovrebbe far indignare chiunque abbia a cuore i princìpi minimi della difesa della libertà. Trump ama il protezionismo, detesta la globalizzazione, adora la società chiusa, disprezza la società aperta. E in questo senso, i dazi sono la cartina al tornasole di una visione del mondo tossica, anti liberale, nazionalista, sovranista, autarchica, populista. Se si considera però profondamente nociva la visione del mondo che ha Trump, quando ragiona sull’economia, non basta limitarsi a ragionare su cosa fare per evitare il bastone del presidente americano. Forse, serve qualcosa di più. Forse, prima di tutto, prima di ragionare sui numeri, occorrerebbe capire esattamente, noi che ci opponiamo ai dazi, che cosa dobbiamo difendere. Il punto sembra banale, lineare, ma presenta una serie di problematiche evidenti, perché un conto è essere contro i dazi di Trump e un altro conto è essere contro i dazi in generale. Essere contro i dazi di Trump è relativamente facile – a meno che non essere un giamburrasca che guida un partito di patrioti e che ha scelto di utilizzare la tecnica del Mago Oronzo, personaggio creato da Raul Cremona, per ragionare su cosa fare per governare i dazi: con la sola imposizione delle mani posso proteggere il vino e la meccanica.
Essere contro i dazi in generale, invece, è più complicato e presupporrebbe una consapevolezza non così diffusa nella classe dirigente europea e italiana: opporsi ai dazi non solo per quello che rappresenta Trump ma prima di tutto per quello che rappresentano i dazi. Essere contro i dazi, in modo coerente, significa essere disposti a difendere la globalizzazione e significa essere disposti a dirsi pienamente europeisti, mossi dalla consapevolezza che cedere sovranità significa volersi proteggere muovendosi di fronte ai giganti del mondo con la forza di un elefante e non con quella di un topolino. Rifiutare i dazi e il protezionismo, come hanno scritto bene Carlo Stagnaro e Alberto Saravalle nel libro “Capitalismo di guerra”, significa riconoscere il valore dell’interdipendenza economica, significa voler difendere l’ordine internazionale multilaterale, significa rifiutare l’autarchia mascherata da patriottismo, accettare che cooperare sia meglio che chiudersi. Significa, in altre parole, difendere le stesse idee che per molti anni e per molti decenni hanno garantito la pace e la prosperità, non solo in Europa.
Le autocrazie, lo sappiamo, fanno del nazionalismo economico un pilastro del proprio potere e per essere solidamente contro ciò che i dazi rappresentano bisognerebbe avere il coraggio di denunciare tutto ciò che gira attorno a quella visione del mondo. Bisognerebbe, dicono ancora Stagnaro e Saravalle, denunciare l’autarchia anche quando non viene dichiarata esplicitamente, quando viene praticata “sotto forma di reshoring, di preferenze nazionali, di diffidenza verso gli investimenti esteri, di protezione di settori strategici e imposizione di comportamenti patriottici alle imprese”. E bisognerebbe farlo non solo perché chiamare le cose con il loro nome è il modo migliore per avere idea di cosa si sta combattendo e cosa si sta difendendo. Ma anche per evitare quello che è un rischio all’interno della battaglia dei dazi: che le democrazie, per paura o imitazione, ne seguano il modello, combattendo chi usa l’arma dei dazi, e non i dazi in sé, avallando la stessa dottrina che ha portato Trump a trasformare nel giorno della liberazione la scelta più illiberale che possa esserci, mosso dalla logica perversa del “right or wrong, it’s my country”, che consente di giustificare qualsiasi abuso in nome del patriottismo. Meno dazi, uguale più globalizzazione. Più globalizzazione, uguale più libertà. Scegliere da che parte stare, tariffe a parte, non dovrebbe essere così difficile, se non fosse che scegliere da che parte stare, per proteggersi dal populismo trumpiano, significherebbe dover ammettere quanto populismo ci sia, in giro per il mondo, da chi considera la globalizzazione non un alleato da sfruttare per costruire più libertà ma un nemico da combattere per costruire più muri.