Fini (Cia): “Trattare con Trump, sui dazi l’agricoltura ha solo da perdere”

Il presidente della Confederazione italiana degli agricoltori spiega: “L’italian sounding è sempre stato un problema, ma con le tariffe i prodotti americani rischiano di sostituire il nostro export”

“Finalmente è arrivato il giorno dei dazi, finalmente, a dire il vero, mica tanto, ma diciamo che l’attesa era grande. Certo, ne facevamo volentieri a meno”. Cristiano Fini, presidente della Confederazione italiana agricoltori (Cia), ride, ma è estremamente serio. Quando questo giornale va in stampa non si conoscono ancora nel dettaglio le nuove tariffe annunciate dal presidente americano. Ma già s’immaginano scenari e, soprattutto, si prova a capire come reagire. “La preoccupazione più grande – dice Fini – è ovviamente la perdita di quote di un mercato che per noi vale veramente tanto: circa 2 miliardi sul vino, un miliardo sull’olio, un altro miliardo sulla pasta e oltre 500 milioni sui formaggi. Inoltre le esportazioni nel mercato americano sinora avevano consentito alle aziende esportatrici italiane una marginalità molto alta. Dunque la perdita di quota di mercato potrebbe essere accompagnata da una ancora più considerevole perdita di valore. E’ questo quello che ci preoccupa di più”.

L’aumento delle tariffe infatti potrebbe costringere gli esportatori ad abbassare i prezzi, e quindi i margini di profitto, riducendo il valore delle loro esportazioni, o a rischiare di perdere quote di mercato a favore di beni, almeno in teoria sostituti, ma prodotti negli Usa. Dice Fini: “Io credo che le esportazioni, almeno in una prima fase, subiranno solo un leggero calo, ma lasciando i nostri prodotti sugli scaffali. Il problema è che se questa crisi dovesse perdurare a lungo, i consumatori americani sposterebbero i loro consumi su prodotti non colpiti dai dazi. Il problema dell’Italian sounding c’è sempre stato, ma con i dazi diventa molto più serio perché quei prodotti diventano quelli pronti a scalzare i nostri: vale per i vini rossi dop toscani, che da soli valgono 290 milioni di export, che rischiano di essere soppiantati in parte dai vini californiani, come vale per il prosecco che può perdere mercato a favore dei suoi surrogati americani, ma anche per il parmigiano, il grana o il pecorino che possono essere sostituiti dal Parmesan o all’olio d’oliva che proprio negli ultimi dieci anni ha avuto un boom di esportazioni di oltre il 150 per cento, un terzo delle quali va nel mercato americano.

Dovremmo ovviamente capire l’entità percentuale dei dazi e i beni colpiti, ma i rischi sono questi”. Dunque che fare trattare o rispondere subito ai balzelli doganali di Trump? “Quello che mi aspetto – dice Fini – è che l’Unione Europea sia preparata. Non tanto a rispondere subito ai dazi di Trump con contro tariffe. Quanto con un piano diversificato su varie ipotesi, a seconda appunto dell’entità dei dazi e dei prodotti sui quali verranno collocati, per rispondere, se servirà, in maniera adeguata. Un piano del genere sarebbe fondamentale per essere più forti nella negoziazioni con gli americani”.

Gli agricoltori italiani sono sempre stati molto spaventati dalla riduzione delle tariffe europee che oggi gravano su alcuni prodotti agroalimentari americani, siete disposti a trattare anche a eventuali riduzioni di questi dazi? “Penso – risponde Fini – che Trump potrebbe anche proporre qualcosa di diverso: potrebbe ad esempio chiedere di togliere alcune barriere sui fitofarmaci, che non sono dazi, ma divieti legali su prodotti americani per l’agricoltura. Bisogna vedere. In ogni caso all’Europa chiedo di sedersi al tavolo della trattativa e cercare di capire quali sono i margini per poter ricondurre tutto quanto alla normalità, perché in quello che sta accadendo non c’è nulla di normale. E noi che siamo il principale paese per esportazioni agroalimentari negli Usa rischiamo di perdere davvero troppo”. Che speranze nutrite dall’incontro che ci sarà a metà aprile tra la premier Meloni e il vicepresidente americano J.D. Vance? “Speriamo possa essere un incontro proficuo. Noi siamo più vulnerabili degli Usa rispetto a potenziali shock sul mercato internazionale e quindi è chiaro che dobbiamo cercare il più possibile di trovare un accordo”. L’idea di trovare mercati di sbocco alternativi non vi convince? “E’ giusto, ma cercare altri mercati non è così semplice per i prodotti che esportiamo noi”, dice il presidente della Cia. “Pensate a vino e formaggio. Ci sono alcuni paesi che hanno culture religiose diverse dalla nostra dove questi prodotti non possono nemmeno essere consumati. Quindi cercare altri mercati va bene, è una strada che si può percorrere, ma non possiamo sperare nel miracolo”.

Di più su questi argomenti:

Leave a comment

Your email address will not be published.