In una sola settimana bruciano sette stabilimenti, di cui cinque in una notte. La solitudine del decimo Municipio che, roghi a parte, fa registrare strade disastrate, piste ciclabili invase dalla sabbia con drammatiche conseguenze, servizio dei trasporti problematici
Lingue di fiamma danzano carnicine nel nero della notte di Ostia. Ed è subito ritorno a Suburra. A quegli spettri dolenti di criminalità organizzata, di racket, di mai risolta questione del “lungomuro” che da decenni si avvitano su loro stessi, in un eterno ritorno della anomia sociale e di un territorio abbandonato. In una sola settimana bruciano 7 stabilimenti, di cui 5 in una notte. Ardono cabine e pedalò ridotti a tizzoni incandescenti, esattamente come nella scena di apertura del film di Stefano Sollima. Due stabilimenti il 24 marzo, cinque nella notte del 26. Per questi ultimi viene fermato un ragazzo di 24 anni, senza fissa dimora, in fuga da Roma e dai suoi stessi fantasmi esistenziali.
Che possa aver agito da solo è tutto da dimostrare, visto che i roghi sembrano essere stati appiccati sincronicamente. D’altronde, al di là della logistica, pur importante e su cui stanno indagando gli inquirenti, il momento storico lascia pensare. È recente infatti la sentenza del Consiglio di stato che ha confermato la messa a gara di 31 concessioni balneari lidensi, avallando l’operato di Roma Capitale. Dei 7 stabilimenti arsi, 5 rientrano nel novero interessato. D’altronde il demanio marittimo lidense da sempre suscita retropensieri e spesso provoca l’azione delle forze dell’ordine. Nella ponderosa Relazione allegata al Dpr del 27 agosto 2015, con cui venne commissariato l’intero Municipio, è dato leggere come le risultanze istruttorie prefettizie e le precedenti indagini di polizia avessero messo “in luce l’esistenza di un unico filo conduttore tra i fatti delittuosi registrati negli ultimi anni nel territorio ostiense, inquadrabili nel contesto dei conflitti tra i gruppi criminali ivi radicati in vista del controllo delle lucrose attività commerciali situate lungo la fascia litoranea, connesse alla gestione di chioschi, punti di ristoro, spiagge demaniali e stabilimenti balneari”.
Ragion per cui a prescindere dalla confessione del ventiquattrenne fermato, politica e inquirenti si muovono coi piedi di piombo. Che la situazione sia delicata lo si comprende dalla convocazione e dalla tenuta, il 27 marzo, a poche ore dai roghi, di un Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico. Il sindaco Roberto Gualtieri ha affermato che la sequenza di roghi non fermerà la messa a gara, mentre il presidente del Municipio, Mario Falconi, ha rimarcato come il territorio lidense da sempre non venga trattato benissimo, basterebbe vedere la consistenza delle ultime assegnazioni al X Gruppo Mare della polizia locale, forza che ha competenze sul demanio e in tema urbanistico, e ha chiesto più agenti, più attenzione da parte dell’amministrazione capitolina e dello stato. Tutto ciò, con un paradossale salto indietro nel tempo, mentre la cittadinanza si mobilita con una fiaccolata per rimarcare il proprio orgoglio e soprattutto la scarsa propensione a voler fungere da capro espiatorio di disfunzioni e distorsioni che hanno radici lontane e non solo ostiensi.
D’altronde, e questo è innegabile, il X Municipio, roghi a parte, fa registrare strade disastrate, piste ciclabili invase dalla sabbia con drammatiche conseguenze registrate di recente dalle cronache, servizi di trasporto che collegano il Municipio e Roma in maniera assai problematica, un angosciante senso di abbandono che ha fatto rifluire tutto il territorio in una dimensione da dormitorio. La teoria di psicologia sociale delle “finestre rotte”, coniata negli anni sessanta a Stanford da Philip Zimbardo e che gode, nonostante l’elevata problematicità, di credito presso forze dell’ordine e prefetti, insegna che spesso il malaffare e la criminalità organizzata possono prosperare in territori dove si registrano incuria, inerzia, indifferenza, anche a partire dalle apparentemente piccole cose. In uno spazio con strade a groviera, scarsa o nulla illuminazione, investimenti che si contraggono, cittadini che si percepiscono come lasciati al loro destino da una amministrazione centrale anche geograficamente lontana, appare quasi inevitabile che il malaffare torni a divampare. E con esso, forse, gli stabilimenti.