Confindustria abbassa le stime: l’escalation protezionistica può determinare un -0,6 per cento di pil. In Europa saranno colpite dai dazi in particolare Germania e Italia, per la quale gli Stati Uniti sono diventati il secondo mercato di sbocco. Sono necessarie delle svolte per la premier Meloni, dazi a parte
Nessuno vuole una guerra commerciale. Tutti lo hanno detto e ripetuto ieri: Mattarella, Meloni, Orsini. Ma i fatti conteranno più delle parole. A poche ore dal “liberation day” di Donald Tump, iI centro studi della Confindustria ha azzardato le sue previsioni, pur mettendo le mani avanti. In Europa saranno colpite in particolare la Germania e l’Italia per la quale gli Stati Uniti sono diventati il secondo mercato di sbocco. L’escalation protezionistica può determinare un -0,6% di pil. Ma c’è anche il rischio che aziende e capitali fuggano negli Usa. A quel punto il declino rischia di diventare strutturale. Il presidente della Confindustria Emanuele Orsini ha chiesto “misure straordinarie e coraggio”. Lo ha chiesto al governo italiano e all’Unione europea. Una risposta sembra a tutti inevitabile, molto dipende dai tempi e dai modi. I più pensano che l’amministrazione Trump voglia alla fine trattare.
Va ricordato, però, che per negoziare con Messico e Canada ci sono voluti tre anni dal 2018 al 2021, figuriamoci con 27 paesi se gli europei andranno in ordine sparso. A quel punto non ci saranno più né amici né parenti dovremo adattarci ai dazi per il prossimi decennio. L’Italia arriva a questa svolta in pieno rallentamento, la Confindustria abbassa le stime del pil per quest’anno a un magro +0,6% mentre continua la discesa della produzione industriale caduta dell’8,2 per cento tra metà 2022 e fine 2024. I settori più esposti ai dazi sono farmaceutica, bevande, autoveicoli e mezzi di trasporto. Un gruppo come Stellantis, anche se per oltre la metà è americano, stima una perdita di oltre un miliardo di euro. L’Italia potrebbe resistere, vista la “resilienza” della sua manifattura se l’industria diventa la priorità del governo. Scontato il fallimento del piano Transizione 5.0, bisogna mettere all’ordine del giorno una politica a tutto campo. Ma sarà Trump a dare le carte anche all’industria tricolore.