Il chiacchiericcio sulle elezioni da tenere a luglio sull’Economist e su una fine della guerra “imminente”. Così la voglia di soluzioni facili ha stravolto la copertura mediatica di Kyiv
Non ci stiamo preparando alle elezioni in Ucraina, ha detto ieri David Arakhamia, capogruppo in Parlamento del partito di governo del presidente Volodymyr Zelensky: tutti i partiti del paese sono d’accordo sul fatto che le elezioni si terranno dopo che sarà tolta la legge marziale che vige in Ucraina, e la legge marziale sarà tolta quando ci sarà un cessate il fuoco completo. Non ci sono le elezioni e non c’è nemmeno il cessate il fuoco, nonostante i media occidentali abbiano ripreso a raccontare la guerra russa contro l’Ucraina con le parole e le modalità utilizzate dalla Russia, che ora sono anche quelle dell’America di Donald Trump: la notte tra lunedì e martedì è stata la prima senza attacchi russi da quando è cominciato il dialogo tra il presidente americano e il presidente russo Vladimir Putin.
Eppure sembra che il cessate il fuoco sia già in vigore, sembra che la fine della guerra sia imminente e quindi diventa plausibile anche il chiacchiericcio sulle elezioni da tenere a luglio. La fonte è autorevole, si dirà, è l’Economist, ma l’autore dell’articolo è lo stesso che a novembre, in un altro dispaccio ucraino, aveva scritto che le elezioni si sarebbero tenute il 25 maggio di quest’anno. Ora il piano previsto dal magazine britannico è spostato a luglio, che è un mese che non quadra né con le scadenze date dagli ucraini né con le illusioni occidentali. Il governo di Kyiv ha detto che le elezioni ci saranno sei mesi dopo la fine della legge marziale – che dipende dal cessate il fuoco – e la scadenza immediata è il 5 maggio (quando si terrà il voto parlamentare per estendere la legge marziale, che scade l’8 maggio). In un mese insomma Putin smetterebbe di bombardare completamente l’Ucraina e gli ucraini in due mesi organizzerebbero le elezioni in un paese dalla sovranità decurtata, con territori occupati e una linea del fronte che taglia fuori il 20 per cento del territorio ucraino. L’Economist cita Petro Poroshenko, ex presidente ucraino e gran rivale di Zelensky, che dice che “ogni momento è buono tra agosto e ottobre” per le elezioni, dando forza alla suggestione di un voto vicino, ma poco dopo aggiunge che in ogni caso l’ex presidente non costituisce un’insidia per la leadership di Zelensky. Il rivale più popolare è il generale Zaluzhny, ora ambasciatore a Londra, che stando allo straordinario resoconto del New York Times sui rapporti tra americani e ucraini nei tre anni di guerra, si è giocato il posto di comandante dell’esercito ucraino proprio pubblicando un articolo sull’Economist e che da ultimo sta facendo discorsi pubblici molto convincenti in cui chiede di non dare retta alla propaganda di Trump e di Putin sulla fine imminente della guerra: il presidente russo non vuole affatto finirla, questa guerra, altrimenti a cosa gli servirebbero i 160 mila soldati nuovi che ha appena chiesto di reclutare?
Le elezioni in Ucraina sono una pretesa dell’America e della Russia, o forse erano una pretesa, perché entrambe si augurano – per ragioni diverse, che però convergono – che Zelensky esca di scena presto, ma il trattamento che Trump ha riservato al presidente ucraino nel suo Studio ovale il 28 febbraio scorso – un giorno che ha cambiato molte cose – ha fatto aumentare la popolarità del presidente ucraino e quindi le elezioni potrebbero confermare Zelensky togliendo al presidente americano la sua argomentazione preferita: a Kyiv c’è un dittatore. Perché allora alimentare questa storia? Perché, come dice una fonte ucraina, l’occidente vuole sentirsi dire che “una soluzione facile è possibile”, e la soluzione facile ha a che fare con l’Ucraina e non con la Russia, perché la prima si può influenzare, la seconda no. Kyiv ha accettato il cessate il fuoco per 30 giorni perché l’America aveva sospeso gli aiuti per una settimana: non aveva altra scelta. Mosca non l’ha accettato, perché nei negoziati con Trump non sta perdendo nulla, anzi ha già guadagnato una rilegittimazione internazionale insperata, e continua ad alzare la posta perché pensa che ci sia ancora margine di manovra con gli americani. E potrebbe avere ragione, visto che ora Trump dice che gli ucraini vogliono cambiare l’accordo sullo sfruttamento americano delle terre rare in modo peggiorativo per gli americani, quando la bozza di quell’accordo era già stata accettata da entrambe le parti la mattina del solito, tragico 28 febbraio.
Il presidente americano vuole rientrare dall’investimento ucraino, ripete che gli europei si sono fatti dare i soldi indietro (Emmanuel Macron gli ha spiegato, sempre su quelle sedie gialle della Casa Bianca che fanno da scenografia all’America irriconoscibile, che non è così) e che ora tocca anche a lui, ma l’unico modo che ha per portare avanti questo progetto è piegare gli ucraini, non certo i russi. Putin celebra il 9 maggio gli 80 anni della giornata della vittoria nella Seconda guerra mondiale, e quel giorno vuole che diventi la festa di una Russia che vince tutte le guerre che ha combattuto. Non rinuncerà alla sua parata, e nel frattempo si fa agevolare da un presidente americano che si sente sempre defraudato dai suoi alleati e dai media occidentali che pur di proporre le soluzioni facili che tutti aspettano scrivono di elezioni che non ci saranno, come se ci fosse un cessate il fuoco che non c’è.