L’Ucraina aggredita, come una ragazza 22enne costretta alla resa

“Non metto in dubbio il ruolo di Putin, metto però in dubbio la verginità dell’aggredito”. Un’affermazione calcata sul più orribile luogo comune maschilista, con una sola vocale di differenza. Ma gli aggrediti non devono essere vergini per difendersi, o per non essere attaccati

Voglio usare un commento in una mia pagina Facebook – non importa di chi, la lettera ha certo tradito la sua intenzione. Il commento riguardava l’Ucraina, e, in risposta a un altro intervenuto, polemizzava con “chi vede solo da una parte” e “non si rende conto che ci sono persone che vogliono vedere da tutte e due”. Poi continuava: “Non metto in dubbio il ruolo di Putin. Metto però in dubbio la verginità dell’aggredito”. Il passo falso era qui. La sua frase, l’ho avvertito, era letteralmente calcata sul più grave luogo comune maschilista, bastava cambiarne l’ultima vocale. “Metto però in dubbio la verginità dell’aggredita”. E benché l’aggressione a un paese sia solo molto mediatamente paragonabile all’aggressione a una donna, in ambedue i casi l’aggredita, e anche l’aggredito, non deve essere “vergine”, per difendersi ed essere difesa – o difeso. Senza che il commentatore ci avesse pensato, la sua frase valeva a dire che “gli ucraini se la sono cercata” – non dovevano uscire la sera con la minigonna.



Ci torno su, perché, tolti i non pochi infelici che hanno semplicemente favoreggiato l’aggressione della Federazione Russa, molti hanno ritenuto di tenere quella specie di giudizio equanime che consiste nello spartire le responsabilità, nel ribadire che le cose non sono – “mai” – o bianche o nere, e nel prediligere le sfumature del grigio. E che, per venire al più illustre e benintenzionato, se gli uni hanno morso, gli altri avevano abbaiato. In sostanza, non riconoscendo una rottura capitale nel passaggio dalla pace – tesa e minacciata e digrignante com’è ogni pace sulla terra – alla guerra – vanamente mascherata da un eufemismo verbale e dall’illusione di farne una marcia trionfale. Il 24 febbraio del 2022 ha fatto passare una gran parte del mondo (nell’altra c’era già) alla guerra, allo spettro del suo colmo nucleare, alla sua banalizzazione e cronicizzazione e contagiosità, e al suo costo. Carissimo, per gli ucraini, che avevano da perdere il bene più prezioso. Carissimo, e tristamente ignorato, per le centinaia di migliaia di soldati di periferia dell’esercito russo, che non avevano da perdere né da guadagnare altro che la vita o il soldo.



Ora, lasciate che passi bruscamente all’episodio di lunedì, una giovane donna, 22 anni, che esce dalla sua università e scrive all’amica di aver paura: “Sono sicura che lui mi sta seguendo”. Poco dopo lui la uccide, a coltellate. “La sgozza”, dicono alcune cronache più rudi. Il verbo permette di evocare altri scenari. Il fatto è che nessuna organizzazione criminale, nessuna associazione terroristica, è nemmeno lontanamente paragonabile a quella – “informale” – di uomini che uccidono, feriscono, sfregiano, stuprano, bastonano, minacciano e spaventano donne, di qualsiasi età e di qualsiasi rango sociale. Ho scritto “di uomini”, non “degli uomini”, perché non sono pochi gli uomini che hanno voglia e anche ragione di rifiutare per sé una corresponsabilità, “solo” per il fatto di essere venuti al mondo uomini. Del resto dalle generalizzazioni indistinte, e addirittura universali, è bene guardarsi. E’ per questo che stiamo attenti a distinguere “islamici” da “islamisti”. Eppure resta un’esitazione nella distinzione fra “maschi” e “maschilisti”; se non altro perché, immuni da ogni violenza fisica, spesso non sono altrettanto immuni da maschilismi. Evocata tutta questa complessità e tutta questa cautela, la sola ragione per la quale si nomina simbolicamente e non materialmente la “guerra” degli uomini contro le donne sta nella mancata costituzione collettiva dei primi in qualcosa che somigli a uno stato o a un esercito. Non ce n’è stato bisogno, dal momento che lo stato e la sua funzione primaria, la guerra e la sua regolazione, sono dall’origine maschili. Questo fa apparire le loro avanguardie estreme e avventuriste – gli assassini e i violentatori di donne – come altrettanti “lupi solitari”, piuttosto che come emissari di una centrale del terrore e del mondo ricreato.


Ora, in fine di pagina, vorrei riaccostare le due parti di questo scritto, e ricongiungere le due frasi con la vocale finale cambiata: “Metto però in dubbio la verginità dell’aggredito”, “Metto però in dubbio la verginità dell’aggredita”. L’Ucraina e la giovane donna siciliana, Sara Campanella, che aveva scritto: “Mi amo troppo per stare con chiunque”.



Non abbiate fretta di deplorarmi e scandalizzarvi, e ricordarmi che la ragazza Sara non aveva abbaiato al confine di niente, lo so, non è il punto. Quello che aveva scritto, mi pare, ha a che fare con la apparente ragionevolezza del pensiero che sia “meglio una pace ingiusta che una guerra giusta in cui muoiano gli innocenti”. Ogni donna su cui incomba quell’aggressione sta di fronte alla scelta, alla resa. Ogni uomo che la progetti e la minacci e la attui è in possesso dell’arma nucleare.


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