La voce degli imprenditori non trova più spazio nel dibattito pubblico

Cosa non finisce sui giornali sullo stato di salute delle nostre imprese. L’imprenditoria è un tratto identitario della presenza italiana nel mondo: se mostra delle falle va riparata al più presto. Perché è ora di reagire

Pescando da un vecchio lessico si può tranquillamente sostenere che in Italia in questo momento ci sia una vera e propria questione imprenditoriale. Un momento di grande difficoltà che contiene cause contingenti (i perfidi dazi) e motivazioni più profonde. E’ vero che proprio in queste ultime settimane si sono palesati imprenditori che cercano nuove geografie di sbocco dei loro prodotti e altri colleghi, più coraggiosi, abbiano intrapreso l’itinerario di una riconversione delle loro produzioni dalla meccanica all’industria della Difesa e dello Spazio. Ma i comportamenti di queste avanguardie nulla tolgono a un esame e a un giudizio più ampi sull’intera platea degli industriali. Siamo di fronte, infatti, a una crisi identitaria della figura imprenditoriale, dall’eroicizzazione del passato (si pensi al mitico nord-est) siamo passati alla sua banalizzazione. Molto conta il fattore demografico, l’età media dell’imprenditoria italiana è elevata, il ricambio è urgente ma avviene con il contagocce, c’è un’obiettiva difficoltà nella trasmissione dei valori della libera iniziativa e del rischio all’interno dello stesso ambito famigliare.



Fuori dalla casa del fare il gradimento sociale dell’imprenditore è drasticamente calato. Non incarna, agli occhi di una platea più vasta della sola categoria, né sogni né ambizioni. Il populismo si è particolarmente esercitato contro gli imprenditori (molti dei quali votano però gli stessi partiti populisti) ed è riuscito obiettivamente a scavare un fossato attorno a loro. Specie nelle nuove generazioni ha minato la fiducia nelle loro azioni e nei loro valori. Nel frattempo il ricambio si è rivelato arduo anche nelle personalità di spicco offerte sul mercato della pubblica opinione. I capitani di industria sono un lontano ricordo affidato per lo più alle fiction televisive di Rai e Mediaset e non ci sono al momento (e nemmeno in gestazione) figure che promettano di prenderne il posto e di rinnovarne il fascino.

Se poi, guardando allo stock complessivo degli operatori, ci aspettavamo che le nuove leve dell’imprenditoria uscissero dalle università e dagli ecosistemi territoriali purtroppo non si può dire che sia andata così. Il recente dato sui brevetti (-4,5 per cento in un anno, primo calo degli ultimi due lustri) è particolarmente significativo e ci restituisce una fotografia di una innovazione quantomeno incagliata. I brevetti sono stati l’emblema di quella innovazione incrementale tipica dell’economia competitiva dei distretti e se oggi li scopriamo in ritirata è una doppia brutta notizia perché proprio adesso quegli ecosistemi sarebbero chiamati a un cambio di passo di fronte all’avanzare della tecnologia. Le associazioni di rappresentanza messe di fronte a queste discontinuità purtroppo vegetano. Assicurano la continuità dei riti, si sottopongono alle photo opportunity della giornata del made in Italy ma hanno perso in ascolto del ritmo del cambiamento. In alcune di esse è addirittura saltato il più elementare avvicendamento al vertice, in altre è caduto pesantemente il tasso di autonomia dalla politica e dal governo.



Tutto ciò avviene nel momento in cui si abbatte sul sistema Italia una crisi industriale molto preoccupante. Si discute tra gli analisti e i centri di ricerca se tale crisi possa essere definita delimitandola ad alcuni settori particolarmente in crisi (auto, moda, elettrodomestici) o se invece rischia di intaccare il modello di specializzazione italiano e il suo vantaggio competitivo che in passato ci avevano assicurato di poter percorrere la via alta dello sviluppo. Questa discussione – che non può essere banalizzata in ottimisti vs pessimisti – avrebbe tutta la dignità per appassionare non solo gli stretti addetti ai lavori ma una quota più ampia della società civile. In più se portata con giudizio dentro le associazioni di rappresentanza avrebbe la capacità di generare rinnovamento e persino di produrre adrenalina. Ma così non è. I giornali si limitano ad ospitare intervistine agli imprenditori anti dazi più per colorare la pagina che altro.



Eppure ci sarebbe bisogno di un’analisi più compiuta dello stato di (cattiva) salute della nostra impresa. A partire dai segmenti di élite, le multinazionali tascabili e quel quinto di aziende che contribuisce all’export fino alle filiere e ai distretti. Non possiamo rassegnarci a un regime di bassa produttività e di bassi salari e per tentare di uscire da questa trappola non si può aspettare il “dopo” ma occorre fare questa discussione nel “mentre”. L’imprenditoria è a sua volta un tratto identitario della presenza italiana nel mondo e quindi ove mostri delle falle (come mi sento di sostenere) va riparata al più presto. Non possiamo permetterci, come è accaduto, che provvedimenti ad hoc per le imprese come Transizione 5.0 o l’Ires premiale si rivelino da subito strumenti inefficaci. Perché disegnati male, scritti dai consulenti per il loro mercato, difesi dall’amministrazione contro ogni riscontro. La crisi della vocazione imprenditoriale, come mi raccontava un amico, già oggi genera nel Nuovo triangolo industriale un fenomeno che può sintetizzare quella che una volta chiamavamo “la fase”: le aziende vengono cedute agli stranieri e fioriscono però i family office.

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