Il surrealismo o realismo magico di massa ha a tal punto saturato il nostro immaginario, che davanti a tanta sontuosità vien da rispondere “grazie, ho già mangiato”
La nuova Biancaneve disneyana mi ha stupito. Non per le ragioni che hanno provocato le comprensibili polemiche sul “correttismo”; piuttosto per l’esito stranamente vintage di un tale dispiego di mezzi tecnici. Quella specie di Robin Hood non è forse un Dawson anni 90? E quei nani, non dovrebbero trasportare Loacker? Ah, ritorno all’adolescenza fin de siècle! Con in più i colori da social, va bene, e un pizzico degli ultimi Sanremo: ma sugli attori e sull’animazione, che patina da antiquato Photoshop! Che spot fantasy del tardo Novecento! Poi, si capisce, sono fastidiosi anche i comizi di massa con gergo compassionevole da onlus, sovrapposti a una vicenda regale che rende ridicola la pretesa d’impegno collettivo. Ma al di là di questo, Biancaneve 2025 pone una questione radicale: la trascrizione sontuosamente visiva delle fiabe, che ci restituisce lo stesso mondo iperrealistico e virtuale da cui siamo fasciati giorno e notte, non sarà per caso sbagliata a priori, indipendentemente dai suoi risultati? Figli del postmoderno, crediamo che con tutto si possa fare tutto. Non è così.
Provo a spiegarmi, sgombrando il campo dagli equivoci. La fiaba è slegata da una specifica forma, e si presta davvero a infinite traduzioni. Non solo: ha un rapporto antico con la parodia, come dimostrano Apuleio e Basile. Anzi, all’alba della modernità affiora proprio come geniale miscuglio: che da Perrault passa ai Grimm, nutre Hoffmann, ispira Andersen, Carroll e il neogotico, favorisce la pedanteria di Tolkien e Lewis, e arriva a fecondare Dahl. Tra l’Ottocento e il Novecento le fiabe sono state studiate da chi credeva nel nazional-popolare romantico e da chi inseguiva il folklore positivistico; dagli psicanalisti, da Benjamin, da Propp – e da tutti coloro che nell’invenzione dell’infanzia e degli albi illustrati vedevano il rovescio della cultura ufficiale. Le dittature hanno trasformato fiabe e favole in propaganda. Al contrario, per lottare contro i poteri assoluti, gli illuministi ne hanno estratto i miti razionali di Voltaire e Orwell, mentre i simbolisti ne enfatizzavano le allegorie alla Maeterlinck; e Kafka ha fuso i due filoni. Ma alla fine del Moderno, le fiabe ci sono tornate più immediatamente vicine.
La crisi di ideologie e romanzo ci ha reimmersi in un clima di leggende. Tornano attuali Erodoto, l’ultimo Shakespeare, Paracelso: un universo senza credenze né limiti certi, un po’ animistico, misterioso e metamorfico, involontariamente tragicomico, fatato e fatale. E in effetti, le fiabe vengono ‘prima e dopo’ la religione. Inoltre, il postmoderno le ha usate per portare in trionfo l’opera d’arte totale: dal balletto e dal teatro sono passate al cinema, allo spettacolo pop, all’AI. Ed ecco il punto.
Quando, a differenza della nuova Biancaneve, non è concepito con un Cencelli del civismo alla mano, il rifacimento fiabesco è fisiologico; meno lo è, però, la sua traduzione in un’arte così “squadernata”. Se infatti la trama fantastica si presta agli show misti, questi show ne rimuovono un tratto primario di fascino: la scarna perentorietà, l’enigmatica coincidenza di oracolare e casuale, che rifiuta non solo i bignami esegetici, ma anche una visualizzazione troppo dettagliata del racconto. Il surrealismo o realismo magico di massa ha a tal punto saturato il nostro immaginario, che davanti a tanta sontuosità vien da rispondere “grazie, ho già mangiato”.
Se poi la storia, per timore che l’ambiguità offenda, è ridotta a un inutile video di self-help, arriva subito la nausea. I moderni pedagoghi come Gramsci e Calvino erano più consapevoli: nelle fiabe, puri vettori di forze, indicavano una lezione duratura per l’intelligenza e la volontà, e la rivelazione che i poteri in apparenza eterni sono (anche) incantesimi da spezzare. Ma non meno importante è il monito dei dialettici dell’illuminismo. Adorno citava il Nano Nasone di Hauff, che può tornare un ragazzo solo se trova un’erba di cui non sa il nome. Ma quest’erba si rivela un ingrediente necessario al pasticcio che deve preparare per il duca di cui è divenuto cuoco. Allora il Nano deve scegliere: o riconquista le sue vere sembianze, o prepara il pasticcio. La libertà coincide con la rinuncia alla velleità di onnipotenza: anche di onnipotenza estetico-pedagogica.