La recensione del libro di Nathacha Appanah edito da Einaudi, 112 pp., 17 euro
“Un libro capace di narrare il passato, il presente e tutto ciò che c’è in mezzo”: è lo spazio che abita Nathacha Appanah in La memoria fragile, dove l’autrice racconta la storia della sua famiglia. Una storia di migrazione, che con le sue parole e quelle dei suoi nonni, diventa universale e appartiene, inevitabilmente, a tutti. Appanah parte da un’intuizione: il tempo in cui gli stormi si dispiegano nel cielo e, migrando, disegnano forme mutevoli che l’autrice guarda al tramonto, cercando di cogliere il suo personale racconto di migrazione. Sono solo degli stormi, eppure, “l’inizio, la bellezza, gli intenti, la forma e il segreto”, risiedono tutti in quell’immagine. L’autrice cerca di sciogliere i nodi delle sue trame familiari e della sua infanzia, riflettendo sulle sue origini: il punto di partenza è il primo agosto 1872. Un giorno che per i suoi antenati è stato, invece, un punto di arrivo: partiti dal villaggio Rangapalle, nell’Andhra Pradesh, in India, sono approdati a Port Louis, capitale delle Mauritius e sono diventati “coolie”, lavoratori indiani a contratto che dovevano sopperire alla mancanza di manodopera dopo l’abolizione della schiavitù. “Ogni volta che spiegavo il perché del mio volto – avevo finito per riassumere questa vicenda storica con una frase: ‘I miei antenati indiani hanno preso il posto degli schiavi neri nei campi di canna da zucchero’ – mi rendevo conto con stupore che nessuno conosceva la servitù a contratto. Sono stati forse quei bizzarri momenti in cui dovevo giustificarmi per il colore della pelle, per il mio viso, rivelare le mie origini, sono stati forse quei momenti a suggerirmi l’idea del mio primo romanzo?”, racconta l’autrice. Nella sua famiglia le origini sono state trasmesse da prospettive sempre diverse: “gli aneddoti, la religione, la cultura, le superstizioni e le credenze popolari, i tabù, le tradizioni, la liturgia, la cucina” e Appanah unisce questi sguardi per raccontare la storia dei suoi nonni, iniziata con un matrimonio nato da un equivoco – o da un intervento divino –, passando per la loro vita nella comunità scandita dal lavoro nei campi, e fino ad arrivare ai suoi genitori e a lei. Il libro è un inno alla storia, e la sua scrittura è un’eco poetica che attraversa il tempo e insegna l’importanza di rendere prezioso tutto ciò che è stato, e che determina quello che sarà. Perché la memoria è una scelta, anche se fragile. A noi, la olontà di attraversarla e la responsabilità di onorarla.
Nathacha Appanah
La memoria fragile
Einaudi, 112 pp., 17 euro