La “reciprocità” è stato il pilastro della politica commerciale degli Stati Uniti, da Franklin Roosevelt in poi, per abbattere le tariffe e le barriere. Non per alzarle
Oggi è quello che Donald Trump ha definito “Liberation day”: il giorno della Liberazione dell’America. Non si sa bene da cosa, probabilmente dal libero commercio. Perché è il giorno in cui l’Amministrazione Trump svelerà la sua strategia sul commercio internazionale. Di sicuro si sa soltanto che verranno incrementati i dazi per il resto del mondo, ma non è chiaro come, di quanto e su quali paesi. Una possibilità è l’applicazione di un ulteriore dazio del 20% su tutte le importazioni da tutti i paesi. L’altra è invece l’imposizione di dazi su misura, paese per paese, in base ai dazi che questi applicano agli Stati Uniti, probabilmente poi soggetti a negoziazioni: è il cosiddetto approccio di “dazi reciproci”.
Trump ha già detto di avere le idee chiare, ma nessuno ha però idea di quali possano essere. I mercati sono con il fiato sospeso e stanno imparando a gestire l’incertezza come un nuovo elemento ordinario del processo decisionale degli Stati Uniti. Ma qualcosa, in generale, è abbastanza noto. Un indizio arriva da un’intervista del segretario al Tesoro Scott Bessent, che ha indicato nei “Dirty 15” gli obiettivi dei dazi dell’Amministrazione americana: sono i 15 paesi, tra cui c’è l’Italia, che rappresentano gran parte dei volumi nel commercio internazionale e del deficit commerciale degli Stati Uniti. Principalmente contro questo gruppo di paesi (Cina, Giappone e Corea del sud in Asia; Germania, Italia e Irlanda in Europa; Messico e Canada in America; etc.), Trump sferrerà le sue “tariffe reciproche” in risposta non solo ai dazi che questi applicano agli Usa, ma anche ad altre barriere non tariffarie (norme tecniche o ambientali) e a imposte come l’Iva che non sono in alcun modo una restrizione al commercio internazionale.
In questo senso, l’uso del termine “reciproci” riferito ai dazi è da parte di Trump una frode lessicale. In primo luogo perché l’obiettivo non è riequilibrare le barriere esistenti, ma alzarle per ridurre il deficit commerciale statunitense che ha altre ragioni strutturali. Un esempio chiaro è quello dell’Unione europea, che ha mercati molto aperti e dazi molto bassi, mediamente inferiori (anche se di poco) a quelli degli Stati Uniti. Il problema non è quindi la “reciprocità” sui dazi, ma il fatto che l’Unione europea abbia un surplus commerciale. D’altronde il rapporto annuale degli Stati Uniti sulle “Foreign trade barriers” del rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, pubblicato due giorni fa, pur indicando alcune barriere all’ingresso, scrive che “gli Stati Uniti e gli stati membri dell’Unione europea condividono la più grande relazione economica nel mondo. I flussi commerciali e di investimento tra gli Stati Uniti e l’Unione europea sono un pilastro fondamentale di prosperità su entrambe le sponde dell’Atlantico e generano notevoli opportunità economiche”.
In secondo luogo, la frode lessicale di Trump è di tipo storico. Perché in tema di commercio il concetto di “reciprocità” nella politica commerciale degli ultimi 80 anni degli Stati Uniti è stato usato per ridurre i dazi, non per aumentarli. Dopo gli effetti disastrosi del protezionismo culminati con lo Smoot-Hawley Act del 1930, che ha prolungato e aggravato la Grande Depressione, gli Stati Uniti hanno usato la “reciprocità” per abbattere le barriere. È una stagione che si è aperta nel 1934, appunto con il Reciprocal Trade Agreements Act di Franklin Roosevelt, e si è poi intensificata nel Dopoguerra fino alla prima Amministrazione Trump: in questo lungo periodo, i dazi medi sono scesi progressivamente dal 50% al 5%.
Ora Donald Trump usa lo stesso concetto per fare l’opposto: alzare le barriere, in una sorta di politica commerciale dell’“occhio per occhio”. È ovviamente una politica miope, che fa male a tutti, a partire da chi la pratica. L’economista Douglas Irwin, uno dei massimi esperti di commercio internazionale, ha scritto sul Wall Street Journal che “Le tariffe reciproche non hanno senso”: “Gli Stati Uniti non dovrebbero avere politiche tariffarie stupide solo perché altri paesi hanno politiche tariffarie stupide”.
La “reciprocità” non è l’unica truffa lessicale di Trump. Il suo storico consigliere sulla politica commerciale, Peter Navarro, ha spiegato così il brillante obiettivo fiscale della strategia: le nuove tariffe reciproche produrranno gettito per “600 miliardi di dollari all’anno, 6 trilioni di dollari in dieci anni”. Entrate che si aggiungono ai dazi sulle auto e sull’acciaio già introdotti: “Il messaggio è che le tariffe sono tagli alle tasse”, ha detto Navarro. In realtà, le tariffe sono tasse. Se pure queste entrate dovessero andare a finanziare altri tagli di tasse, semplicemente sostituiranno una tassa con un’altra. E 600 miliardi di dollari l’anno di nuove entrate rappresentano uno dei più grandi aumenti di tasse della storia degli Stati Uniti. Ma il calo della fiducia dei consumatori e dei listini di Wall Street mostrano che famiglie e imprese americane l’hanno capito benissimo.