Per coglierla servono infrastrutture digitali, accesso facilitato ai capitali, interoperabilità tra mercati e una formazione capillare che non si fermi ai centri d’eccellenza. Le competenze sono la vera materia prima del futuro. E non possiamo delegarne la costruzione né alla burocrazia, né alle grandi piattaforme
L’Europa ha oggi una responsabilità precisa: colmare il divario di produttività che da almeno due decenni la separa dagli Stati Uniti. È un divario che nasce da lontano e che affonda le radici nella rivoluzione digitale: mentre gli Stati Uniti investivano in tecnologie dell’informazione, rafforzando settori ad alta marginalità come il digitale, la finanza e i servizi, l’Europa restava ancorata a modelli produttivi più tradizionali. In particolare, l’Italia ha mantenuto un’economia a forte trazione manifatturiera, preziosa ma non più sufficiente a garantire crescita robusta, salari alti e competitività internazionale.
Questa asimmetria si riflette nella difficoltà del Vecchio Continente a generare grandi aziende tecnologiche, nella minore capacità di attrarre investimenti specialmente nei servizi e lo squilibrio della bilancia commerciale. E ora, in uno scenario globale che diventa ogni giorno più competitivo – anche sul fronte dei dazi – il ritardo europeo rischia di trasformarsi in una trappola.
Ecco perché l’intelligenza artificiale rappresenta oggi una leva cruciale. Non è, come spesso si racconta, un nemico dell’occupazione o una minaccia alla dignità del lavoro. È, al contrario, una risorsa strategica per colmare quel divario di produttività che frena la crescita europea. Secondo McKinsey, l’adozione dell’IA potrebbe aumentare la produttività dell’Unione fino al 3% annuo entro il 2030, generando un valore superiore ai 570 miliardi di dollari ogni anno. Per l’Italia, significherebbe un salto storico.
Ma cogliere questa opportunità richiede un cambio di passo. Non si tratta solo di sviluppare nuovi algoritmi, ma soprattutto di adottare con rapidità le soluzioni già disponibili. In questo, l’Italia ha un vantaggio: un tessuto di piccole e medie imprese dinamiche, resilienti, spesso leader nei rispettivi settori. L’IA può diventare un moltiplicatore di efficienza: dalla gestione degli acquisti all’analisi predittiva della domanda, dalla logistica intelligente alla personalizzazione dell’offerta, fino all’automatizzazione delle attività amministrative. Ci sono già startup italiane che offrono sistemi per elaborare le buste paga a un costo cinque volte inferiore rispetto agli standard americani. È solo l’inizio.
Il talento italiano esiste, ed è competitivo. I nostri ingegneri, i nostri data scientist, i nostri imprenditori innovativi sono apprezzati e spesso “catturati” da aziende estere. Formiamo cervelli brillanti, ma non sempre siamo capaci di trattenerli. Una strategia nazionale sull’IA, integrata in una visione europea, dovrebbe partire proprio da qui: riconoscere il valore umano prima ancora che tecnologico dell’innovazione. Creare ecosistemi dove sia conveniente restare, sperimentare, crescere. E rendere l’adozione dell’intelligenza artificiale un fatto ordinario, non eccezionale.
Per farlo, servono infrastrutture digitali, accesso facilitato ai capitali, interoperabilità tra mercati e una formazione capillare che non si fermi ai centri d’eccellenza, ma raggiunga anche chi oggi si sente distante da questi temi. Le competenze sono la vera materia prima del futuro. E non possiamo delegarne la costruzione né alla burocrazia, né alle grandi piattaforme.
Il rischio, altrimenti, è quello di arrivare tardi e male. Se l’adozione dell’IA verrà rinviata, finirà comunque per imporsi, ma lo farà in modo disordinato, passivo, traumatico. Il costo sociale dell’inazione sarebbe molto più alto di quello di un investimento lungimirante. Perché in un mondo che cambia così in fretta, chi aspetta troppo non resta fermo: indietreggia.
L’Italia può diventare un laboratorio europeo di innovazione intelligente, proprio grazie alla sua struttura imprenditoriale diffusa, alla creatività tecnica, alla capacità di adattamento. Ma deve volerlo. E l’Europa deve sostenerla, promuovendo un quadro normativo che favorisca l’adozione rapida, proteggendo la privacy senza soffocare l’iniziativa. Il tutto all’interno di un’agenda industriale che torni a credere nella crescita come fondamento del benessere.
L’intelligenza artificiale non è una panacea, ma è la nostra occasione. Una leva per rendere più giusta la competizione, più meritocratico il mercato, più moderno il lavoro. Ma come ogni leva, va usata. Non solo pensata.
Orlando Barucci
Vitale&Co