Gli ostaggi sono usciti dal perimetro del pudore per farsi testimoni. Il fondo della rabbia di Yehuda Cohen, che lotta contro il governo ma anche contro il tempo
Tel Aviv, dalla nostra inviata. Si perdona tutto a un padre disperato. Si concede tutto a un padre stanco che non può permettersi la stanchezza. Tutto è permesso, tutto è giusto, soprattutto la rabbia. Yehuda Cohen chiama il primo ministro Benjamin Netanyahu e il suo governo “criminali”. Lo dice più volte, lo sottolinea, gli preme molto dichiararlo e nessuno ha il diritto di contraddirlo, neppure il premier stesso, perché il figlio di Yehuda, Nimrod è stato rapito, è a Gaza ed è stato catturato mentre era a bordo del suo carro armato che nelle sabbie del Negev non riusciva più ad andare avanti né indietro: era rotto, i terroristi gli corsero incontro, lo incendiarono, costringendo Nimrod a uscire. Questa immagine Yehuda Cohen l’ha vista su YouTube, in uno dei tanti filmati diffusi da Hamas. Non ha perso di vista l’origine di tutto: i terroristi hanno invaso Israele il 7 ottobre, hanno ucciso e rapito, ma adesso Israele deve fare quello che è in suo potere per riportare a casa gli ostaggi. Tutto, anche dire di sì a qualsiasi richiesta: “Deve cercare un accordo, poi, dopo che tutti gli ostaggi saranno a casa, deve occuparsi di eliminare Hamas”. Difficile sia questa la sequenza degli eventi, i terroristi tengono gli ostaggi come merce di scambio, il valore, ai loro occhi, è soltanto commerciale e sono disposti a rimandarli in Israele soltanto se avranno indietro qualcosa che hanno molto a cuore: la rassicurazione che Gaza rimarrà in loro possesso.
“So che mio figlio è vivo”, dice Yehuda. Ha appreso la notizia senza sapere se provare sollievo o spavento, ed è dell’indecisione tra questi due sentimenti che la rabbia d Yehuda si alimenta. Chi è tornato dalla Striscia ha raccontato di essere stato prigioniero con Nimrod, è vivo, ha passato molto tempo rinchiuso dentro una gabbia per animali, legato e torturato, ha una malattia della pelle di cui soffrono in molti dentro ai tunnel e problemi alle orecchie. Parla poco, più il tempo passa più diventa introverso. Yehuda ha ascoltato queste testimonianze, oggi mentre parla sembra anche lui stretto e rattrappito in una gabbia. Il più grande terrore delle famiglie degli ostaggi è la dimenticanza, Yehuda lotta contro il governo, ma anche contro il tempo. “Non giriamoci attorno – dice Efrat Machikawa Moses, nipote di Gadi Moses, liberato a febbraio – il 7 ottobre ha riscritto la nostra storia, cosa ne sarà dei nostri ostaggi definirà il nostro futuro. Non soltanto il nostro, quello di tutto il medio oriente. Purtroppo c’è ancora poca consapevolezza, Israele può salvarsi solo se riporta a casa gli ostaggi vivi e assicura una sepoltura a chi è morto. Ma anche i palestinesi possono salvarsi soltanto così, non c’è futuro per loro, se gli ostaggi non tornano a casa”. Chi lotta per la liberazione dei rapiti è convinto di portare avanti una battaglia per l’intero paese. E’ come se un ostaggio non smettesse mai di esserlo, torna, vive, parla per testimoniare che l’impossibile è successo davvero. Chi è tornato, finora, non si è preso neppure il tempo di capire, non si è fermato, si è messo in marcia per dare motore, con le proprie storie, al processo che deve portare al ritorno di tutti, si combatte per i vivi, come per i morti: nessuno deve rimanere a Gaza.
Tal Shoham è stato liberato dopo più di cinquecento giorni di prigionia, la sua prima domanda, appena tornato a casa, è stata: “Chi è sopravvissuto?”. Poi si è messo in piedi per raccontare, come prova vivente, cosa significa essere stato sotto la prigionia di Hamas e per far capire perché ogni secondo nel tunnel dei terroristi è insostenibile. “Tal non ha parlato con noi di cosa gli è accaduto”, racconta Gilad, suo padre, che vicino a Yehuda sembra sentire tutto il peso della sua dolorosa storia dal finale lieto: Tal è a casa, Nimrod è nella Striscia in gabbia. “Ho scoperto da una sua intervista che i terroristi gli chiedevano dei massaggi in cambio di cibo, era la regola per avere il minimo indispensabile per la sopravvivenza. A me, alla sua famiglia non ha detto nulla, Tal racconta perché la sua storia può servire ad altri”, è il solo fine per cui tanti ostaggi sono usciti dal loro perimetro del pudore e hanno iniziato a raccontare abusi e torture.
Chi è ostaggio lo rimane per sempre, attorno a lui e alla sua famiglia si è creata una struttura sempre più politica, che non ha nessuna corrispondenza con un partito. “Sì, siamo sempre più politici”, dice Efrat, convinta che la soluzione sia nel governo, perché contro Hamas non si può nulla. Dopo cinquecentoquarantaquattro giorni di guerra, il movimento nato per sostenere le famiglie colpite da Hamas si è completamente trasformato. Nel kikar Hatufim, la Piazza degli ostaggi che prima altro non era che uno spazio vuoto davanti al Museo d’arte di Tel Aviv, si è formata una forza di opposizione e protesta alimentata dal dramma personale che ognuno ha subìto il 7 ottobre. Da qui inizia la trasformazione della politica di Israele, che ancora una volta, ha il primo ministro Benjamin Netanyahu al centro di tutto.