Chi è contro la linea della fermezza di von der Leyen sui dazi (c’è anche l’Italia)

La presidente della Commissione europea promette “contromisure ferme” ai dazi del presidente americano. Ma Italia, Irlanda e Polonia hanno già chiesto di non lanciarsi in una guerra commerciale simmetrica

Bruxelles. Ursula von der Leyen ieri ha promesso di rispondere con “contromisure ferme” ai dazi che il presidente americano, Donald Trump, annuncerà oggi in quello che ha definito “Liberation day”. “Il nostro obiettivo è una soluzione negoziata”, ha assicurato la presidente della Commissione davanti al Parlamento europeo. Ma “se necessario proteggeremo i nostri interessi, i nostri cittadini e le nostre aziende”. L’Unione europea “non ha iniziato questo scontro” e “abbiamo un piano forte per contrattaccare”, ha avvertito von der Leyen. Tuttavia non tutti i governi sono pronti a sostenere la linea della fermezza. Italia, Irlanda e Polonia hanno già chiesto alla Commissione di non lanciarsi in una guerra commerciale simmetrica e non rispondere a ogni dazio americano con un dazio europeo di pari valore.

Ursula von der Leyen ieri ha assicurato che la prima risposta dell’Ue al protezionismo di Trump è “unità e determinazione”. La sua Commissione si è preparata con grande anticipo ai dazi del presidente americano. Già durante l’estate, ben prima della sua rielezione, è stata costituita una task force ristretta di funzionari sotto la supervisione del suo capo di gabinetto, Bjoern Seibert, per valutare minacce e preparare rappresaglie. Von der Leyen ha nominato una persona fidata come commissario al Commercio, lo slovacco Maros Sefcovic. Lo scenario su cui la Commissione ha lavorato prevedeva l’imposizione di dazi pesanti da parte di Trump, una risposta simmetrica da parte dell’Ue e l’avvio di negoziati per arrivare a un accordo.

La strategia della fermezza è stata applicata alla prima salva tariffaria di Trump contro l’alluminio e l’acciaio. La Commissione ha proposto contromisure per un valore equivalente: 26 miliardi di euro di dazi europei su merci americane per rispondere a 28 miliardi di dollari di dazi americani su merci europee. Ma è bastata la minaccia di Trump di tassare lo champagne, il vino e gli alcolici europei del 200 per cento come rappresaglia per i dazi del 50 per cento sul bourbon americano per far venire meno l’unità e la determinazione degli europei. Su pressione di Italia, Irlanda e Francia, la Commissione ha rinviato di due settimane le contromisure su alluminio e acciaio. A ogni annuncio di Trump si moltiplicano gli appelli a von der Leyen per rispondere con prudenza.

Dopo alluminio e acciaio, Trump ha preso di mira il settore delle automobili. Il valore delle esportazioni europee di auto e componentistica colpite dai suoi dazi si avvicina ai 60 miliardi di euro. Una risposta reciproca implicherebbe contromisure su esportazioni americane dello stesso valore. E la guerra commerciale è solo all’inizio. Von der Leyen ha detto di aspettarsi altri dazi contro semiconduttori, prodotti farmaceutici e legname europei. Ma la vera conflagrazione ci sarà oggi “con i cosiddetti dazi ‘reciproci’ che si applicheranno immediatamente a quasi tutti i beni e a molti paesi del mondo”, ha spiegato von der Leyen. In realtà, nessuno sa esattamente cosa farà Trump.

La definizione di “dazi reciproci” offerta dal presidente americano include barriere non tariffarie, tasse, regolamentazione e perfino decisioni su aiuti di stato illegali. Diversi governi dell’Ue hanno invitato la Commissione a essere dura nella risposta. Il Belgio ha chiesto di usare lo strumento anti coercizione per colpire il settore dei servizi, in particolare i giganti del digitale. Anche la Francia spinge per una rappresaglia all’altezza. Lo strumento anti coercizione permette di usare un’ampia gamma di contromisure come limitazioni alle importazioni e alle esportazioni, alla protezione della proprietà intellettuale, agli investimenti, ai finanziamenti e agli appalti pubblici.

La strategia della fermezza promessa da von der Leyen sta incontrando una crescente resistenza da parte di alcuni governi, in particolare quelli con stretti legami politici o commerciali con gli Stati Uniti. Il presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, ha invitato alla “calma”, dopo aver dichiarato la sua opposizione al “circolo vizioso” delle rappresaglie commerciali. Il premier irlandese, Michael Martin, ha detto a von der Leyen che “l’Ue dovrebbe essere misurata e ponderata in ogni risposta”. Il premier polacco, Donald Tusk, ha chiesto di reagire con “buon senso” e “calma”, anche se “non in ginocchio”.

Secondo uno studio commissionato dal Parlamento europeo e firmato da sette economisti tra cui Francesco Giavazzi, una guerra tariffaria simmetrica, con dazi del 10 per cento su entrambe le sponde dell’Atlantico, potrebbe ridurre il pil dell’area dell’euro dello 0,8-1,2 per cento, far perdere più di 500.000 posti di lavoro e aumentare l’inflazione di 0,3-0,5 punti percentuali. In fase di transizione e in attesa di un nuovo cancelliere, la Germania è praticamente assente dal dibattito. Probabilmente bisognerà aspettare Friedrich Merz per sapere come von der Leyen risponderà al “Liberation day” di Trump.



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