Riforma decisiva per la Sanità, ma lo scontro tra governo e regioni la blocca. Le amministrazioni locali sono impegnate e collaborative, ma senza risorse e con un’impostazione centralista la riforma rischia di rimanere inefficace. Le rassicurazioni del ministro Schillaci non sembrano bastare
La lotta contro le lunghe liste d’attesa nella Sanità pubblica italiana resta al palo, nel mentre però si alza sempre di più il livello di tensione tra governo e regioni che sembrano scaricarsi la responsabilità di questo flop. Il decreto, fortemente voluto dal ministro della Salute Orazio Schillaci e annunciato lo scorso giugno dallo stesso presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni subito prima delle elezioni europee, introduce una serie di misure destinate a rivoluzionare il monitoraggio e la gestione dei tempi di attesa per le prestazioni sanitarie. Tra le novità: obbligo per le regioni di pubblicare mensilmente i dati disaggregati, istituzione di un Cup unico regionale, sanzioni per le strutture inadempienti e possibilità per i cittadini di accedere alla prestazione in intramoenia o nel privato a carico del Ssn, se i tempi massimi non vengono rispettati. Quasi tutto questo, a nove mesi di distanza, è rimasto solo sulla carta.
Il presidente della Conferenza delle regioni, Massimiliano Fedriga, in una lettera indirizzata al ministro Schillaci ha messo nero su bianco un messaggio molto chiaro: le amministrazioni locali sono impegnate e collaborative, ma senza risorse e con un’impostazione centralista la riforma rischia di rimanere inefficace. In difesa del decreto, Schillaci ha ribadito che si tratta di “misure necessarie per restituire fiducia ai cittadini” e che il governo “non ha intenzione di lasciare soli i territori, ma serve un cambio di passo immediato”. Ha inoltre evidenziato che la trasparenza sui dati e i meccanismi di verifica rappresentano “la base minima per poter agire efficacemente e correggere le disfunzioni”. Ma la frattura resta. E in questo rimpallo di responsabilità che sta diventando sempre più imbarazzante, tra dichiarazioni a distanza e lettere ufficiali, i cittadini si ritrovano a essere spettatori passivi che continuano a vivere difficoltà crescenti nell’accesso a quei servizi che dovrebbero essere loro garantiti per legge.