Cosa fare se un minorenne vuole cambiare sesso?

Un conservatore e un progressista si confrontano, da genitori, sul tema più delicato del nostro tempo

Progressista: Diciamolo subito: se nostra figlia – o nostro figlio – a quindici anni ci guarda negli occhi e ci dice “non sono chi credete”, la prima cosa che dobbiamo fare è ascoltare. Non correggere, non temere, non minimizzare. Ascoltare. Non è un capriccio, non è una moda, e non è nemmeno una sentenza definitiva. E’ una richiesta d’aiuto. E’ identità che si fa strada, a volte in modo scomposto, ma autentico.

Conservatore: Autentico? A quindici anni io mi credevo Batman. Non scherziamo. E’ proprio perché li amiamo che dobbiamo essere noi gli adulti della situazione. I bambini non si toccano, dice la sinistra quando si parla di mercato e pubblicità, ma poi si arrende all’idea che possano decidere su qualcosa di così irreversibile come una transizione. Lo capisci che è un cortocircuito, vero?

Progressista: E tu lo capisci che qui non si parla di operazioni chirurgiche a dodici anni? Parliamo di percorsi psicologici, di consulenze mediche, di famiglie che cercano, tra mille dubbi, di accompagnare e non soffocare. Nessun genitore sano di mente firma a cuor leggero per farmaci bloccanti o per cambiamenti drastici. Ma ignorare, rimandare, negare può fare danni peggiori.

Conservatore: Eppure i danni si vedono anche nell’altro senso. Cresce il numero di detransitioners – giovani che dicono “non avrei dovuto farlo, nessuno mi ha fermato”. E sai perché? Perché c’è una pressione sociale fortissima, e anche un’industria – sì, un’industria – che spinge verso certe soluzioni. Io non dico che tutti fingano, ma che c’è un rischio concreto di diagnosi affrettate, di etichette sbagliate. E la responsabilità, alla fine, ricade su noi genitori.

Progressista: Certo che ricade. Ma proprio per questo non possiamo delegare tutto alla paura. Anche noi progressisti siamo pieni di paure. Paura di sbagliare, di accompagnare troppo o troppo poco, di essere complici del disagio o della sua rimozione. Ma il principio guida dev’essere uno: rispetto per ciò che il figlio sente. Lo dice la scienza, non l’ideologia.

Conservatore: La scienza, dici? Ma quale scienza? Ce ne sono due. C’è quella che invita alla cautela, a non medicalizzare l’adolescenza. E poi c’è quella che, spesso ideologizzata, ti dice che se non assecondi un’identità dichiarata sei un mostro transfobico. Io, che non sono né un mostro né un ideologo, vedo il figlio che ho cresciuto. Lo guardo e penso: è davvero così convinto? Non sarà solo confuso, solo in cerca di attenzione, di appartenenza, in un mondo che lo bombardava già prima con TikTok e adesso anche con nuove identità ogni giorno?

Progressista: Ti rendi conto che stai facendo il processo alle intenzioni? Tu presumi che il figlio non sappia cosa dice. Ma se ti dicessero “sono gay” ci crederesti subito, no? Allora perché quando si tratta di identità di genere il sospetto prende il posto dell’amore? Forse perché la transizione ci spaventa più dell’omosessualità. Ci mette di fronte al corpo. E al corpo dei figli non siamo mai pronti.

Conservatore: Ma è giusto esserlo, un po’ spaventati. Il corpo è sacro, anche nella sua imperfezione. E per molti, affrontare la pubertà è difficile a prescindere. Perché non pensare che la disforia possa essere una fase, come molte altre? Perché medicalizzarla? Perché rinchiuderla in un’etichetta identitaria quando il tempo, la maturità, potrebbero scioglierla?

Progressista: Perché ci sono adolescenti che non ce la fanno ad aspettare. Che si isolano, si autodistruggono, si odiano. La disforia non è una moda, è sofferenza. E il nostro compito non è sterilizzare l’identità per paura dell’errore. E’ accompagnarla con senso critico, con amore, con strumenti. Non con muri.

Conservatore: E se la tua figlia quindicenne ti chiedesse di iniziare i bloccanti puberali? Di cambiare nome, scuola, pronome? Diresti sì così, per rispettare il suo sentire? Io dico che il rispetto non è accondiscendenza. E’ verità, anche quando fa male. E la verità è che la transizione non è un gioco. Che l’identità si forma, si modella, anche grazie al conflitto. Anche grazie a un padre o a una madre che dice: “Aspetta. Cresci. E poi, se ancora lo vorrai, ci sarò”.

Progressista: E se invece tu dicessi “Aspetta” e lei non aspettasse? Se decidesse di chiudersi, di andarsene, di farti fuori dalla sua vita? Ti sei mai chiesto se valga la pena vincere la battaglia dell’autorità perdendo la guerra dell’amore?

Conservatore: Io penso che l’amore non sia arrendersi. Che dire di no, a volte, è il gesto più difficile ma più pieno d’amore. E penso anche che molti genitori “progressisti” abbiano paura di sembrare repressivi. Ma guarda che i nostri figli non ci vogliono amici, ci vogliono forti. A volte anche testardi. Anche contrari.

Progressista: E io penso che la forza, oggi, sia riconoscere che non possiamo più definire chi sono i nostri figli. Possiamo solo aiutarli a scoprirlo. E se nel loro percorso passano da una transizione, allora va fatto tutto perché sia sicura, riflessiva, monitorata. Ma non negata a priori. Perché negarla, quello sì, è un gesto violento.



Postilla del cronista: Il dibattito continua. Nelle famiglie, nei tribunali, nei parlamenti, nelle scuole. Ma più di tutto, continua dentro il cuore di ogni genitore che guarda il proprio figlio e si chiede: “Lo sto aiutando davvero, o lo sto solo trattenendo per paura?”. La risposta non è semplice. Ma comincia da qui: dal parlare. Dal non cedere né all’ideologia, né al panico. E dal ricordarsi che dietro ogni sigla, ogni diagnosi, ogni battaglia culturale, c’è una persona. E che il mestiere di genitore è proprio questo: fare i conti con l’incertezza, senza mai smettere di amare.

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