Il caso Le Pen svela la superficialità del dibattito italiano sulla riforma Nordio

Mezza classe politica francese negli ultimi anni è stata indagata dalla magistratura, spesso finendo per essere processata e condannata. E pensare che il pm in Francia è sottoposto al governo, proprio lo scenario apocalittico evocato in Italia dall’Anm contro la riforma costituzionale

Presidenti della Repubblica (come Sarkozy, Chirac e anche Macron), capi di governo (come Fillon e Juppè), ministri (da Cahuzac a Carignon), leader di partito come Marine Le Pen, persino ex capi dei servizi segreti. Mezza classe dirigente della Quinta Repubblica negli ultimi anni è stata indagata dalla magistratura francese, spesso finendo per essere processata e condannata. E pensare (sorpresa!) che il pubblico ministero in Francia è sottoposto al ministro della Giustizia, cioè al potere esecutivo: proprio lo scenario spaventoso e apocalittico evocato in Italia dall’Associazione nazionale magistrati quando si parla di riforma del sistema giudiziario, persino ora che in discussione in Parlamento c’è una riforma che prevede la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, ma non la sottoposizione di questi ultimi all’esecutivo. Eppure, sostiene l’Anm, la sottomissione dei pm al governo è il rischio della riforma portata oggi avanti dal governo e dal Guardasigilli Carlo Nordio (anche se questa ribadisce esplicitamente i princìpi di autonomia e indipendenza sia per i giudici sia per i pm). Proprio la vicenda Le Pen e una breve rassegna dei casi giudiziari che negli ultimi anni hanno riguardato i politici francesi confermano tutta la superficialità del dibattito pubblico e politico sviluppatosi in Italia attorno alla riforma della giustizia.

In Francia il pubblico ministero vive in una condizione “ibrida”: fa parte dell’ordine giudiziario, come il giudice, ma è sottoposto alla supervisione e al controllo del proprio superiore e all’autorità del ministro della Giustizia. Nei confronti del pm, il ministro esercita i suoi poteri soprattutto in materia di carriera (in particolare le nomine agli incarichi apicali più importanti) e di valutazione disciplinare. Non a caso il Consiglio superiore della magistratura francese risulta diviso in due sezioni, una dedicata ai giudici e una dedicata ai pm (questa con il compito di formulare pareri non vincolanti al ministro della Giustizia). A differenza dell’Italia, inoltre, il pm non gode della garanzia di inamovibilità e non è tenuto a rispettare il principio di obbligatorietà dell’azione penale (anche se sulla sua effettiva attuazione pratica nel nostro paese ci sarebbe molto da discutere).

Insomma, il pubblico ministero francese è sottoposto a potenziali condizionamenti politici a cui non sarà sottoposto il pm italiano dopo l’approvazione della riforma costituzionale (se andrà in porto). Questa infatti prevede la separazione delle carriere tra pm e giudici, la creazione di due differenti Csm, ma con il mantenimento del pm all’interno di un unico ordine giudiziario autonomo e indipendente.

Il caso francese, però, dimostra che anche lo scenario della “sottoposizione del pm all’esecutivo” non significa niente, se non esaminato tenendo conto delle modalità con cui effettivamente il magistrato esercita i suoi poteri.

Sono stati i pm francesi a processare e a far condannare gli ex presidenti della Repubblica Jacques Chirac (due anni per appropriazione indebita di fondi pubblici e abuso di potere) e Nicolas Sarkozy (tre anni per corruzione di magistrato e traffico di influenze), e ad aprire un’inchiesta su presunte irregolarità nel finanziamento delle campagne elettorali dell’attuale presidente Emmanuel Macron, destinata a esplodere al termine del suo mandato e quindi della sua immunità.

Sono stati sempre i pm francesi, sottoposti all’esecutivo, a processare e a far condannare gli ex premier François Fillon (quattro anni per appropriazione indebita di fondi pubblici) e Alain Juppè (14 mesi per distrazione di fondi pubblici e abuso d’ufficio), così come una sfilza di ministri, come quello al Bilancio Jérôme Cahuzac (tre anni per frode fiscale) quello all’Ambiente Alain Carignon (quattro anni per corruzione), quello alle Pensioni Jean-Paul Delevoye (quattro mesi per omessa dichiarazione di interessi). Di recente, persino Bernard Squarcini, capo dei servizi segreti interni francesi fra il 2008 e il 2012, è stato condannato in primo grado per traffico di influenze illecite a 4 anni di carcere.

A conferma che ipotizzare la sottoposizione del pm all’esecutivo (considerata una blasfemia in Italia) non significa affatto immaginare un magistrato privo di autonomia e indipendenza.

  • Ermes Antonucci
  • Classe 1991, abruzzese d’origine e romano d’adozione. E’ giornalista di cronaca giudiziaria e studioso della magistratura. Ha scritto “I dannati della gogna” (Liberilibri, 2021) e “La repubblica giudiziaria” (Marsilio, 2023). Su Twitter è @ErmesAntonucci. Per segnalazioni: [email protected]

Leave a comment

Your email address will not be published.