Sarebbe dovuto diventare un grattacielo da 137 metri, ma è stato l’unico edifico a crollare in tutta Bangkok nel sisma del 28 marzo. Le autorità avviano un’inchiesta, mentre il progetto mancato scoperchia legami con la Cina e un sistema di tangenti per la concessione di appalti da politici e uffici governativi
Bangkok. “Un gentiluomo in tutto e per tutto, toujours avec son cigare”, ha scritto il nobile thai Peter Bunnag nel libro dei necrologi di Giorgio Berlingieri, morto a Bangkok nel 1981. Oggi l’ex ufficiale sommozzatore della Marina militare italiana inorridirebbe vedendo il suo nome accostato alla tragedia del crollo del grattacielo in costruzione alla periferia di Bangkok, che ha sepolto un centinaio di uomini nel terremoto del 28 marzo.
Genovese, classe 1922, dopo la guerra Berlingieri aveva fatto fortuna in Thailandia recuperando chiatte affondate nel Chao Phraya, il fiume di Bangkok. Nel 1958, in società con Chaijudh Karnasuta, conosciuto durante le operazioni di recupero, fondò la Ital-thai, che divenne una delle più importanti imprese thailandesi. I due, accomunati dal gusto del buon vivere, acquistarono anche l’Oriental, uno dei mitici hotel d’Asia. Con la scomparsa di Berlingeri la Italian-Thai Development divenne thai, senza alcun legame con il nostro paese. E tale è ancor oggi.
Quello che nei progetti era la Sat (State Audit Tower, l’ufficio della Corte dei conti thai), un grattacielo di 33 piani alto 137 metri, è stato l’unico edifico a crollare in tutta Bangkok e su questo si è concentrata sia l’attenzione dei media (costretti a restare a Bangkok dal divieto d’ingresso in Birmania, dove si è consumata la vera tragedia), sia delle autorità thai, che hanno ordinato un’inchiesta sulla progettazione e sulla qualità dei materiali.
In questo caso, tra l’altro, il governo mette in causa il sistema stesso degli appalti, come quello da circa 58 milioni di euro concesso alla joint venture formata tra la Italian-Thai Development Plc (Itd) e la China Railway Number 10 (Thailand) Ltd, che a sua volta è una sussidiaria del China Railway Number 10 Engineering Group Company, dipendente dal gigante cinese China Railway Group, una della maggiori soe, le state owned enterprises che controllano circa il 60 per cento del capitale della Repubblica popolare. La Itd, ormai da anni, è afflitta da gravi problemi di liquidità, tanto più dopo la perdita nel 2021 dell’appalto del Dawei Development Project. Il progetto, del valore di quasi nove miliardi di dollari, è di un porto per navi di grande tonnellaggio a Dawei, sulla costa birmana del Mar delle Andamane, a un centinaio di chilometri dal confine thai, che permetterebbe di bypassare la rotta attraverso lo Stretto di Malacca.
Un progetto criticato per le sue conseguenze sociali e ambientali. “L’obiettivo è solo il profitto. Non vedono la gente, l’ambiente” aveva dichiarato al Foglio Kraisak Choonhavan, senatore thai, attivista per i diritti umani, ambientalista: “L’idea di un porto sul Mar delle Andamane è vecchia. Doveva essere in Thailandia. Ma qui c’erano troppi problemi. Ecco quindi la soluzione di spostarsi in Birmania: là i problemi non ci sono e se ci sono, si risolvono”. Il presidente della società Premchai Karnasuta, il figlio di Chaijudh, nel dicembre 2021 è stato condannato per bracconaggio di specie protette (sembra che su di lui sia ricalcato il personaggio del miliardario cacciatore di fauna in via di estinzione nel film Netflix “Hunger”).
Ma forse la maggior responsabilità è dell’altro socio di questa joint venture, la China Railway Number 10 Thailand, che dal 2023 chiude i bilanci in rosso. Molti cominciano a chiedersi perché la costruzione di un grattacielo sia stata affidata a una compagnia specializzata in costruzioni ferroviarie. Per di più sono spariti tutti i riferimenti al progetto dal sito della società subito dopo il crollo e, due giorni dopo, sono stati arrestati quattro cinesi che lavoravano per la China Railway sorpresi mentre cercavano di portare via dal cantiere una pila di documenti che secondo loro servivano per le richieste di risarcimento dell’assicurazione.
Il terremoto, insomma, ha fatto crollare anche il castello di carte, anzi di mahjong, del mercato immobiliare thai. Come rivela una fonte del Foglio, citando a sua volta le sue fonti thai (molto attendibili): “Politici e uffici governativi chiedono di solito un kick back (una tangente) del 50 per cento per concedere appalti. Significa che i fornitori o rifiutano o abbassano la qualità e i costi dei materiali. A detrimento dell’opera. Ecco perché nell’edilizia, e non solo, pochi accettano. Vedi i cinesi”.
Nel 2024 gli investimenti cinesi hanno rappresentato oltre il 42 per cento dei circa 28 miliardi di euro di investimenti esteri in Thailandia. Circa trentamila imprese cinesi hanno puntato oltre 12 miliardi di euro in diversi settori, soprattutto in investimenti immobiliari completi. Ci sono sviluppatori cinesi che avviano progetti residenziali, imprese edili e ingegneri cinesi che utilizzano tecnologie avanzate per accelerare i processi di costruzione, produttori cinesi di materiali da costruzione che hanno costi inferiori rispetto alla Thailandia. Tanti investimenti, a loro volta, sono determinati dalla crescente richiesta di unità immobiliari da parte della clientela cinese.
Stando alle dichiarazioni di Wichai Wiratkaphan, ispettore della Government Housing Bank, nei primi sei mesi del 2024 i cittadini cinesi erano in cima alla lista degli acquirenti non thailandesi di unità condominiali in Thailandia, avendo acquistato 2.872 unità. Secondo la sede thailandese della società di servizi e consulenze immobiliari Cushman & Wakefield, nel 2025 il numero degli acquirenti cinesi nel settore è destinato a crescere ulteriormente, spinto soprattutto dalle sempre più strette relazioni tra Cina e Thailandia, dalla necessità cinese di trovare altri mercati per far fronte alla politica commerciale di Donald Trump e dalla “adattabilità” cinese nel rispondere alle sfide della globalizzazione. Per altri, però, il fenomeno ha anche altre spiegazioni.
“E’ ‘la schiuma della birra’: si perde qualcosa che è ampiamente compensato”, spiega Sandro Calvani, ex direttore dello United Nations International Crime and Justice Research. Non importa se gli appartamenti acquistati restano vuoti: sono un modo perfetto per riciclare denaro ottenuto con attività criminali, come il traffico di droga o le truffe online, in gran parte controllate dalle Triadi cinesi. Intanto in Birmania, dove si continuano a contare i morti, i cinesi sono tra i primi soccorritori. Si concentrano soprattutto sulla capitale Naypyitaw, dove il governo criminale di Min Aung Hlaing ha richiesto la loro presenza. Sembra che squadre occidentali non siano ammesse nel paese perché pretenderebbero di andare là dove c’è più bisogno.