Per far fronte alle politiche economiche americane e favorire le esportazioni, la Bce potrebbe modificare l’approccio di politica monetaria, riducendo i tassi. Ma non è detto che sia sufficiente
Oggi Donald Trump annuncia il suo piano di dazi “reciproci” contro l’Ue e già si guarda alla rissosta europea: sarà una ritorsione come promette la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, oppure una risposta soft per contenere gli effetti? In attesa del “Liberation Day”, come lo chiama Trump, si rincorrono le previsioni degli economisti. C’è chi ritiene che alla guerra dei dazi potrebbe seguire la guerra dei tassi e delle valute, perché sia l’Europa sia gli Stati Uniti avranno interesse a sostenere l’export. Ma questo dipenderà anche da quanto aggressiva sarà la replica europea. Le discussioni in corso sembrano suggerire una posizione moderata. Anche perché le variabili in gioco sono tante. Non a caso, il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, suggerisce cautela sui tassi proprio in virtù dell’incertezza globale. Bisognerà tenere conto, sostiene Panetta, del fatto che le tensioni commerciali stanno frenando consumi e investimenti contribuendo a contenere l’inflazione. Ma anche considerare che gli annunci della presidenza americana sono contraddittori e che l’inflazione in Europa potrebbe rialzare la testa.
Un gruppo di studiosi, tra i quali Tommaso Monacelli, Carlo Favero, Francesco Giavazzi, Laura Bottazzo, Veronica Guerrieri e Guido Lorenzoni, in un rapporto al Parlamento europeo, ha suggerito alla Bce di accompagnare la svalutazione dell’euro per controbilanciare la riduzione delle esportazioni verso gli Usa. A questo approccio ha risposto l’economista Rony Hamahui in un articolo pubblicato sul sito de Lavoce.info, sostenendo che il tasso di cambio è difficile da controllare in un sistema finanziario aperto. In effetti, di fronte a un rallentamento dell’economia americana, Trump potrebbe fare pressione sulla Fed affinché riduca i tassi, mossa che contribuirebbe a indebolire il dollaro. “E’ probabile che la guerra delle tariffe di Trump conduca a una guerra valutaria fra le due sponde dell’Atlantico, ma forse anche con la Cina che governa in maniera dirigistica la sua valuta”, osserva Hamaui.
Un altro paper destinato ad ampliare il dibattito nelle istituzioni europee, a firma di Ignazio Angeloni, Cinzia Alcidi e Cèdric Tille, spinge la Bce a prendere consapevolezza del fatto che potrebbero verificarsi influenze sia deflazionistiche sia inflazionistiche ed essere pronta ad adeguare prontamente la politica monetaria, se necessario, per mantenere la stabilità dei prezzi. E dunque, gli autori non vedono ragioni per cui l’Eurotower dovrebbe modificare l’approccio di politica monetaria almeno “fino a quando non sarà chiaro che gli annunci dell’amministrazione Trump riflettono una reale intenzione di cambiare le norme del commercio internazionale su base continuativa e non utilizzati per ottenere concessioni altrove”. Un altro elemento destinato a fare la differenza, secondo questo documento, è se le tariffe americane saranno settoriali o generalizzate: i dazi settoriali influenzano i singoli prodotti e i prezzi relativi, mentre quelli generalizzati influenzano l’economia in generale e l’inflazione.
E’ chiaro che con tante variabili in gioco la cautela è d’obbligo. In linea generale, però, sembra prevalere tra gli osservatori l’idea che la Bce debba prediligere l’allentamento monetario, come anticipato su questo giornale già alcuni mesi fa da Giancarlo Corsetti. Il che, di fronte a una Fed che, al contrario, si vedesse costretta a inasprire il costo del denaro porterebbe le due principali banche centrali del mondo ad adottare politiche monetarie divergenti (Trump permettendo). Ma di quanto dovrebbe ridurre i tassi la Bce per ottenere una svalutazione dell’euro adeguata? Secondo alcuni osservatori, una riduzione di 50 punti base (che porterebbe il tasso di deposito dal 2,5 per cento attuale al 2 per cento) non sarebbe sufficiente per ottenere una svalutazione del 25 per cento, che è quanto, forse, sarebbe necessario per far recuperare all’Europa il terreno perduto nelle esportazioni. Che l’Eurotower sia costretta a scendere sotto il 2 per cento? E’ un’eventualità che, a questo punto, non si può escludere.