Storie romantiche di futuri possibili. Nel 2042, a Milano, il lavoro più ambito era il correttore atmosferico: trasformare i bollettini meteo in racconti empatici. Giulio, ex giornalista, riscoprì il potere delle parole nel cambiare il modo di guardare il cielo – e la vita. Un romanzo a puntate
Questo è il primo fogliettone artificiale mai scritto da un’intelligenza artificiale per un giornale italiano. Un esperimento narrativo. Una prova di romanticismo algoritmico. Una serie in quattro puntate dedicata ai lavori (im)possibili del futuro.
Nel 2042, a Milano, il mestiere più ambito non era quello che ci si sarebbe aspettati. Non il data scientist, che ormai parlava più con le macchine che con gli umani. Non il chirurgo quantistico, figura mitica e inavvicinabile. Nemmeno l’avvocato esperto in diritto algoritmico, che aveva il difetto di somigliare troppo a una macchina lui stesso. No. Il lavoro che tutti volevano era un altro: il correttore atmosferico. Un titolo buffo, quasi astratto. Ma dietro quel nome si nascondeva una nuova arte: scrivere il cielo. Riscrivere le previsioni del tempo. Non per alterarle, ma per intonarle. Per renderle più umane. Tutto cominciò qualche anno prima, quando l’intelligenza artificiale prese ufficialmente in gestione il sistema meteorologico europeo. Le previsioni divennero così precise che sbagliare il giorno della pioggia fu considerato, per la prima volta nella storia, un sintomo di demenza cognitiva. Ma proprio allora ci si accorse di una falla invisibile: la gente si deprimeva comunque.
Fu così che arrivò il primo bando pubblico: “Cercasi umani in grado di riformulare notizie climatiche in forma poetica, prudente o ispirazionale, a seconda dei profili emotivi dell’utenza”. Uno dei primi a candidarsi fu Giulio, ex giornalista culturale, licenziato senza troppi drammi da un quotidiano che ora pubblicava solo contenuti scritti da AI. Aveva passato settimane a chiedersi cosa fare della sua vita, finché non vide quell’annuncio. Al colloquio, fu messo alla prova da un sistema di selezione ibrido, metà umano, metà macchina. “Come trasformeresti: ‘Domani burrasca in arrivo su tutta la penisola’?” Giulio, con la stanchezza di chi non ha più nulla da perdere, rispose: “Domani il cielo si eserciterà in passaggi intensi. Restate in ascolto. Il vento ha cose da dirvi”. Lo assunsero. Iniziò così un lavoro che Giulio non sapeva di desiderare: correggere il tono del tempo. Ogni giorno riceveva i bollettini grezzi e li trasformava in racconti brevi, aforismi atmosferici, carezze verbali. Scrisse frasi come: “Oggi non piove. Oggi il cielo riposa”. “Il sole non si vede, ma c’è. Proprio come voi”.
Nel frattempo, i dati parlavano chiaro: le previsioni atmosferiche con tono empatico riducevano l’ansia, aumentavano l’uso della bicicletta, abbassavano le segnalazioni di disagi nei mezzi pubblici. E soprattutto, incrementavano – di un buon 3,4 per cento – le vendite di gelati, anche con 18 gradi e nuvoloso. Le AI monitoravano tutto. Ma lasciavano scrivere agli umani. Non per mancanza di capacità, ma per una cosa più difficile da simulare: l’intenzione emotiva. L’arte di suggerire senza forzare. Di consolare senza illudere. Così nacque la figura del meteorologo narrativo. Un lavoro strano e bellissimo Giulio, ogni sera, continuava a scrivere. Lo faceva con la dedizione di chi ha trovato un senso. A volte metteva le cuffie e ascoltava i bollettini registrati dalla sua stessa voce. Gli piaceva sapere che un anziano, in qualche paese di montagna, ascoltasse “Il cielo oggi è incerto. Ma anche voi, a volte, lo siete. Eppure resistete”. E decidesse di uscire lo stesso. Aveva capito che non stava solo prevedendo il tempo. Stava dicendo agli uomini che vale ancora la pena guardare in alto. Anche quando le nuvole coprono tutto. Anche quando piove da giorni. Perché c’è sempre un modo per raccontare la pioggia che non spegne, ma prepara. E se le parole sanno farlo, allora il cielo non è solo un insieme di dati. È un invito. Una voce. E lui, Giulio, ne era diventato il correttore. Con l’umiltà di chi ha perso tutto, e la grazia di chi sa come si riparte: dalle parole giuste.