Su Kyiv, l’imbarazzo di Meloni esiste. La direzione, però, è ancora giusta. E sui militari in Ucraina una via c’è

Nonostante le molte titubanze, la traiettoria dell’Italia, anche nella difficile stagione trumpiana, è stata quella giusta. Al momento del dunque, il governo italiano ha mosso un passo verso la direzione più importante: quella dell’Europa

Cosa vuol dire oggi essere volenterosi, quando si parla di difesa dell’Ucraina? Il Telegraph, lo sapete, è un importante quotidiano inglese. E’ un giornale conservatore, è un giornale che ama la destra liberale, è un giornale che castiga la destra illiberale, è un giornale che ama la globalizzazione, è un giornale che non ama particolarmente l’Europa. Ma è un giornale che ha chiaro un punto, che non tutti gli europei, non tutte le destre europee, riescono a mettere a fuoco con facilità: difendere i confini dell’Ucraina, oggi, non significa solo difendere i confini di un paese, non significa solo difendere i confini dell’Unione europea, significa difendere tutto quello che un liberale sincero dovrebbe difendere quando ragiona attorno ai temi della difesa della democrazia e della difesa della nostra libertà. E molto semplicemente, se si è timidi sull’Ucraina, dice il Telegraph, non si è dei veri difensori della libertà. Il Telegraph, nelle ore in cui i grandi d’Europa si sono ritrovati a Parigi per ragionare su come creare “una forza di rassicurazione” composta da “diversi paesi europei” nel caso di un raggiungimento della pace in Ucraina, dice che negli ultimi tempi “la corona di Giorgia Meloni ha iniziato a scivolare via poiché la politica ucraina di Trump ha costretto Meloni a schierarsi tra americani ed europei”.

Un tempo, ricorda con malizia il Telegraph, Meloni era una convinta sostenitrice dell’Ucraina, mentre ora è diventata “una spina nel fianco dei leader europei”, “temporeggiando mentre questi spingevano per un massiccio riarmo per scoraggiare l’aggressione russa”. Gli elementi di imbarazzo individuati dal Telegraph, rispetto alla traiettoria di Meloni, non sono pochi, sono attuali e sono tutti pertinenti. Esempio numero uno: Meloni che definisce i piani franco-britannici per una forza europea di mantenimento della pace in Ucraina “rischiosi, complessi e inefficaci”, cosa che il capo del governo italiano ha ribadito anche ieri a Parigi affermando la contrarietà dell’Italia all’invio di una forza militare del nostro paese sul terreno del conflitto in Ucraina. Esempio numero due: il balletto che Meloni ha fatto precedere alla prima riunione dei cosiddetti volenterosi, dove la premier è andata dopo una lunga fase di “forse sì e forse no”. Esempio numero tre: il fatto che il governo italiano non ha mandato alcun rappresentante ai molti colloqui che si sono svolti tra i funzionari militari per promuovere una forza europea di protezione della pace in Ucraina, marcando anche diplomaticamente la sua distanza dal nuovo asse che vuole guidare la difesa dell’Ucraina: Francia e Regno Unito. Esempio numero quattro: la presenza nel governo di un partner di coalizione, come Matteo Salvini, che ammira Putin, che ha un filo diretto con J. D. Vance e che considera il nucleare di Macron più pericoloso dell’atomica di Putin, è o non è un problema?, si chiede il Telegraph. Esempio numero cinque: il modo un po’ ridicolo con cui l’Italia si è battuta in Europa per togliere la parola “riarmo” dal piano per il Riarmo europeo, insieme con altri, indica o no un’intenzione del paese guidato da Meloni di non voler prendere sul serio la sfida della Difesa europea?



Le domande del Telegraph sono sagge, indicano un imbarazzo evidente, nel mondo Meloni, e una certa dose di difficoltà è emersa anche ieri a Parigi, dove la premier italiana è andata ma dove si è ritrovata ai margini di una discussione che riguarda la difesa dell’Ucraina, anche se l’esercito dei volenterosi, come da stessa ammissione di Zelensky è un qualcosa di molto astratto, poco concreto (“Per quanto riguarda le azioni di questo contingente, le sue responsabilità – cosa può fare, come può essere usato, chi ne sarà responsabile – ci sono molte domande ma finora ci sono poche risposte”, ha detto ieri a Parigi, un po’ sconsolato, il presidente ucraino). Eppure, finora, nonostante le molte titubanze, la traiettoria dell’Italia, anche nella difficile stagione trumpiana, è stata quella giusta, e nelle occasioni che contano, al momento del dunque, l’Italia di Meloni ha mosso, seppur con timidezza, un passo verso la direzione più importante: quella dell’Europa. Gli esempi sono molti: si possono provare a rimettere in fila. Il 19 febbraio ha schierato l’Italia a favore di un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia, il sedicesimo pacchetto, che ha imposto a Mosca il divieto di importazione di alluminio e che ha introdotto nella lista nera europea nuove navi della così detta “flotta ombra” russa. A Washington, il 23 febbraio, alla convention della Cpac, la Conferenza di azione politica conservatrice, Meloni, da remoto, ha scelto di elogiare, nonostante la presenza di molti trumpiani ostili all’Ucraina, “la lotta del fiero popolo ucraino contro la brutale aggressione subita”.

Il 24 febbraio, alle Nazioni Unite, nelle stesse ore in cui gli Stati Uniti sceglievano di non votare una mozione dell’Onu che in occasione dei tre anni dell’invasione dell’Ucraina menzionava l’aggressione russa, l’Italia di Meloni ha scelto di votare a favore di quella mozione, facendo un passo lontano dalla linea degli alleati più fedeli di Trump, come Israele e come l’Argentina. Il 12 marzo, il Parlamento europeo, con una risoluzione, ha dato il suo sostegno al piano ReArm Europe, e in quell’occasione solo due partiti italiani hanno votato in modo compatto a favore: Fratelli d’Italia e Forza Italia. Ieri, per finire, i leader dei paesi europei che si sono ritrovati a Parigi hanno deciso all’unanimità che non è il momento di revocare le sanzioni alla Russia: nessuna, nemmeno una. Fino a oggi, l’Italia di Meloni ha cercato di seguire il sentiero scivoloso di chi tenta di tenere insieme la posizione americana e quella dell’Europa, nonostante tutto ciò che Trump pensa dei “parassiti” europei, e in fondo è in questa logica che una fonte bene informata vicina al governo spiega al Foglio la natura del no di Meloni alla coalizione dei volenterosi. “L’Italia non dice di no all’invio delle sue Forze armate in Ucraina ma ritiene che per un impiego di forze in territorio ucraino sia necessaria prima una risoluzione Onu. Quindi senza tale copertura giuridica, che peraltro è ben definita anche dalla legge 145/2016 con la quale si autorizza l’invio di contingenti italiani all’estero, i militari italiani semplicemente non verranno impiegati. Viceversa, dovesse esserci l’egida dell’Onu, i militari italiani verranno impiegati, senza problemi”. La timidezza c’è ma la traiettoria è giusta. E se l’Italia, come risulta al Foglio, riuscirà a portare a casa nelle prossime settimane l’undicesimo pacchetto di aiuti all’Ucraina, come è intenzione del ministro della Difesa Guido Crosetto, sarà fatto un altro passo verso la direzione corretta, rispetto al tema della difesa dell’Ucraina: fare il possibile per difendere i confini non solo di un paese aggredito ma della nostra democrazia.

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  • Claudio Cerasa
    Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e “Ho visto l’uomo nero”, con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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