Al San Marco con Magris, Aldo Cazzullo inciampa sul caffè (e sulla cultura)

Lo scrittore racconta un episodio al Caffè San Marco di Trieste per denunciare il declino culturale, ma il malinteso con una cameriera laureata e la rettifica del titolare smontano la sua narrazione. L’articolo rivela, tra ironia e riflessioni, che la realtà non sempre si presta alle previsioni degli intellettuali

Cosa succede quando Aldo Cazzullo, editorialista di lungo corso, decide di scrivere un pezzo sul declino della cultura italiana partendo da un episodio accaduto nel più letterario dei bar italiani? Succede che l’aneddoto, invece di nobilitarsi come parabola sul tramonto della civiltà, deraglia come una comica da varietà anni ’60, con tanto di cameriera incompresa, intervistato invisibile, e un titolare infuriato che scrive pec al Corriere della Sera. Se non fosse tutto rigorosamente vero, sembrerebbe un racconto generato da una chat box addestrata a whisky e Adelphi.

Il 25 marzo Aldo Cazzullo pubblica sul Corriere un articolo dal titolo micidiale: “I camerieri del San Marco non sanno chi è Claudio Magris”. Apriti cielo. Il San Marco, lo sanno anche i gabbiani del porto vecchio, non è un caffè qualunque. E’ un posto dove ti senti in colpa a ordinare un cappuccino dopo le undici e dove ogni tazzina sfiora la soglia del pensiero filosofico. Eppure, racconta Cazzullo, entra nel locale, chiede alla cameriera: “Ho un appuntamento con il professor Magris”. E lei: “Chiiiii?”. “Come chi? Claudio Magris!”. Nulla. Anzi, pare gli rispondano pure che i tavoli sono tutti occupati. Nel frattempo, il povero Magris – già lì, seduto in fondo – lo saluta con la mano come uno zio che aspetta da venti minuti a un matrimonio.

Da qui Cazzullo parte in quarta, come da manuale: invettiva sull’ignoranza compiaciuta, rievocazione dei nonni che conoscevano Beppe Fenoglio anche se non erano andati oltre la quinta, anatema contro il paese dove “ignorante è bello”, le fettuccine ignoranti, i pantaloni ignoranti, il neon che a Milano annuncia: “Ignoranti fuori, belli dentro”. Il tutto accompagnato da una digressione in Egitto, dove un amico copto impara il finlandese per mancanza di concorrenza, mentre la cultura italiana crolla sotto i colpi dell’espresso al banco. Una predica, insomma, che nemmeno Savonarola dopo due caffè e un numero del Venerdì.

Peccato che l’aneddoto, costruito come un apologo su chi non riconosce i grandi maestri della letteratura, venga smentito nel giro di mezza giornata da una serie di fatti banali e umani. Il primo: la cameriera non è “una dei tanti camerieri” ma una ragazza precisa, Linda, 24 anni, laureata in letteratura europea, che lavora al San Marco per pagarsi un master. Interpellata, dice: “So benissimo chi è Magris. Ma quel giorno c’era una confusione assurda e non ho sentito bene la domanda”. Già questo basterebbe a ridimensionare l’epopea del declino culturale. Ma c’è di più. Il titolare del Caffè, Alexandros Delithanassis, greco di nome e triestino d’adozione, prende carta intestata e scrive al Corriere una rettifica formale. Non solo la cameriera è laureata, ma il “ritratto di Magris” di cui parla Cazzullo non esiste: è stato tolto dodici anni fa, su richiesta dello stesso Magris. L’orario dell’episodio? Le 18 di un venerdì con il locale pieno. I tavoli occupati, insomma, non erano una vendetta dei Franti anti intellettuali, ma il risultato del successo del posto.

E così, mentre Cazzullo lanciava l’ennesimo appello a salvare i libri, la letteratura e magari anche i sottotitoli nei film, a Trieste una cameriera in regola con Svevo e Canetti veniva dipinta come l’emblema dell’ignoranza contemporanea. Uno scivolone, per carità, capita. Ma quando si scivola così rumorosamente, su una buccia di banana che è in realtà una laureata in lettere, forse bisognerebbe riprendere fiato e rileggere il pezzo. Magari accompagnati proprio da Magris, che a questo punto sarebbe perfetto per scriverne il sequel in chiave ironica: Non luogo a procedere 2 – Il ritorno del cappuccino.

E Magris? Lui tace. Come sempre. Sta zitto, osserva, annuisce. Forse si diverte. Dopotutto, da una vita ascolta Trieste prendersi terribilmente sul serio. Sarà che ha imparato a non correggere nessuno, nemmeno chi gli mette un ritratto che non esiste, o chi lo scambia per un anziano distinto in cerca di compagnia. Del resto, anche Kafka sarebbe sembrato un tipo strano, seduto da solo in fondo a un bar, se non fosse stato… be’, Kafka.

Morale della favola: da oggi in poi, per sapere se un bar è davvero all’altezza della sua fama culturale, non chiedete se fanno il caffè con la moka o se tengono Saramago in vetrina. Chiedete se riconoscono Magris – ma solo se il locale non è pieno, e se siete sicuri di parlare forte.

Di più su questi argomenti:

Leave a comment

Your email address will not be published.