A Parigi Meloni resta prudente sulle truppe a Kyiv e chiede di invitare gli americani

La premier presenta la possibilità di portare Trump in persona alla prossima riunione e spiazza il vertice. Un’idea accolta tiepidamente da chi ha impostato la coalizione dei volenterosi come un primo passo verso un nuovo sistema di sicurezza per l’Europa, obiettivo esplicitato da Starmer, ma che non convince Meloni

Porto io Donald a Parigi. Giorgia Meloni non manca l’appuntamento del vertice di ieri e assicura all’Italia un posto tra i volenterosi a sostegno di Kyiv, ma lo fa con prudenza e con gli occhi rivolti oltreoceano. La premier, infatti, sceglie di non mettere i bastoni tra le ruote all’iniziativa europea, ma mette in chiaro fin da subito le sue perplessità sulle truppe Ue in Ucraina e cerca di uscire dall’angolo spiazzando il vertice con la proposta di estendere l’invito agli Stati Uniti alla prossima riunione di una coalizione nata però proprio per colmare il vuoto lasciato da Washington. Inviti a parte, rispetto ai riflettori di novembre, l’immagine della premier è quella fissata dalla foto di gruppo: al centro, ma in seconda fila dietro Starmer e Macron. Appesantita dalle bizze della sua maggioranza e da un quadro geopolitico che non sembra voler girare a suo favore, la premier continua a giocare in difesa, ruolo in cui è meno allenata. Ma tra i suoi fedelissimi si mormora già che a breve possa arrivare la svolta, nella forma salvifica di un viaggio a Washington.

Al vertice di Parigi, intanto, si certifica che la leadership del gruppo di 30 governi schierati a difesa di Kyiv spetta al duo franco-britannico, un ruolo che i due capi di governo si assegnano con una sorta di autoincoronazione a mezzo conferenza stampa a fine riunione. E infatti, a chiusura dell’incontro, Macron prende il controllo dell’agenda, mette subito in discussione la sincerità dell’impegno del Cremlino nei negoziati mediati dall’Arabia Saudita e chiarisce che, sebbene sull’invio di peacekeeper in Ucraina “non ci sia l’unanimità” tra i volenterosi, “l’unanimità non è necessaria affinché una missione di questo tipo prenda vita”.

Una posizione sostanzialmente distante da quella portata avanti dalla premier a Parigi. Stando a fonti interne, infatti, durante la riunione Meloni ha ribadito che l’Italia sostiene gli sforzi di pace del presidente Trump e il negoziato in corso. La premier ha poi confermato l’indisponibilità a inviare soldati sul territorio, lasciando però aperta una finestrella sulla possibilità di coinvolgere le Nazioni Unite in iniziative di peacekeeping o monitoraggio, che tuttavia interverrebbero solo a seguito di un accordo di pace. Per mettere alla prova la reale volontà del presidente russo, infine, Meloni ha proposto ai volenterosi un cessate il fuoco totale sulle infrastrutture critiche, a partire da scuole e ospedali, “per costringere la Russia a dimostrare la sua buona volontà e salvare le vite della popolazione civile”.

Differenti i toni anche sulla questione delle sanzioni. Mentre i leader lasciavano Parigi, il presidente francese ha sottolineato con forza che al tavolo del vertice “si è deciso all’unanimità che non è il momento di revocare le sanzioni”, concetto ripreso poco dopo anche dal premier britannico, che ha ribadito come “non sia ancora il momento di parlarne”. Una posizione sostenuta al tavolo della coalizione anche dalla premier italiana, ma su cui Meloni lasciando la capitale francese ha preferito, in linea con la sua strategia attuale, non esporsi e non commentare. Su un punto, invece, è scattata l’intesa tra Meloni e Macron: la proposta di estendere l’art. 5 della Nato ai territori controllati dal governo di Kyiv senza che ciò comporti una piena membership nell’Alleanza atlantica. “Un’ipotesi su cui il presidente Macron ha sollevato con interesse l’opportunità di un approfondimento tecnico, che il presidente Meloni ha accolto con favore”, spiega una nota di Palazzo Chigi.

A spiazzare il vertice, però, è stata la proposta della premier di invitare gli Stati Uniti alla prossima riunione, paventando la possibilità di portare Trump in persona. Un’idea accolta tiepidamente da chi ha impostato la coalizione dei volenterosi proprio come un primo passo verso un nuovo sistema di sicurezza per l’Europa, obiettivo esplicitato dal premier britannico in conferenza stampa. Un obiettivo che, però, non convince Meloni, la quale ribadisce ancora una volta che “garanzie di sicurezza solide e credibili per Kyiv debbano trovare fondamento nel contesto euroatlantico”. Allargare il tavolo dei volenterosi per far posto a Trump, inoltre, sarebbe uno scacco definitivo al peso della coppia franco-britannica, di cui Meloni subisce la leadership con un certo fastidio. La presenza di una delegazione americana rimetterebbe in discussione, infatti, gli equilibri di potere di un’iniziativa al momento fortemente legata all’immagine di Starmer e Macron, costringendo a una revisione del formato e, chissà, magari anche del luogo. Mentre aspetta Trump, Meloni sceglie di non intralciare un’Europa che manovra per provare a muoversi da sola, ma continua a tenere l’acceleratore a tavoletta verso Washington, nonostante dall’altra sponda dell’Atlantico piovano dazi e accuse di parassitismo. Un atteggiamento che, per ora, lascia gli alleati straniti ma tutto sommato indifferenti, visto che il sostegno di Roma ai piani europei continua a essere tutto sommato puntuale. Nella lista dei volenterosi dunque non manca il nome dell’Italia però per passare dalla seconda fila alla prima forse è necessario fare qualcosa di più.

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