Il debito fuori controllo, la crescita stagnante, la paralisi politica. Tutti i guai economici di Macron e il motivo della preoccupazione dei mercati
E’ uno di quei paradossi che solo la Francia sa produrre: un paese centrale nell’architettura europea, con un potenziale economico immenso, ma sempre più descritto come un corpo stanco, irrigidito, incapace di reagire. Stavolta, a dirlo non sono i soliti editorialisti britannici o i falchi tedeschi: è Les Echos, il più sobrio e influente quotidiano economico francese, che titola: “La Francia è la patria dell’immobilismo”. Il bersaglio immediato è il nuovo primo ministro, François Bayrou, considerato da Les Echos il simbolo di una politica che ha smesso di tentare. Ma dietro la figura del premier si cela un problema più vasto: un sistema istituzionale e amministrativo che non riesce più a correggere le sue disfunzioni. E che rischia di trascinare con sé, nel prossimo futuro, la credibilità economica dell’intero paese.
La prima grande questione è quella delle finanze pubbliche. Il debito francese ha superato i 3.100 miliardi di euro, oltre il 110 per cento del pil. Il deficit pubblico è atteso quest’anno al 5,6 per cento, ben al di sopra dei parametri europei. La Francia è uno dei pochi paesi che non ha mai davvero rispettato il Patto di stabilità, nemmeno nei periodi di crescita. Ora che i tassi sono alti, il costo del servizio del debito rischia di esplodere.
La seconda è l’assenza di crescita. L’economia francese è entrata in una fase di stagnazione che si protrae da anni. Nel 2023, il pil è cresciuto solo dello 0,9 per cento. La produttività è ferma. Gli investimenti privati rallentano. E mentre la Germania prova a reinventarsi sul fronte industriale, e l’Italia sorprende con un export vivace, la Francia sembra appoggiata su una rendita di posizione che non esiste più. Il terzo nodo è l’incapacità di riforma. Macron era partito come un presidente liberale, europeista, deciso a modernizzare il paese. Ma dopo la riforma delle pensioni, pagata a caro prezzo politico, il cantiere si è praticamente fermato. Il Parlamento è ostaggio di micro-partiti. Le piazze sono pronte a esplodere a ogni annuncio di taglio o razionalizzazione. E nessun premier riesce più a durare abbastanza da dare continuità a una strategia.
Mentre in Germania Scholz parla di Zeitenwende, in Italia Meloni costruisce un racconto nazionale di riscatto, in Spagna Sanchez impone un’agenda sociale ambiziosa, in Francia il discorso pubblico appare frantumato. La sinistra è divisa tra nostalgie rivoluzionarie e utopie ecologiste. La destra repubblicana è senza guida. L’estrema destra di Le Pen è in attesa. E Macron sembra diventato un curatore fallimentare della sua stessa visione. Poi c’è la questione europea: la Francia ha oggi meno influenza a Bruxelles di quanto non ne avesse in passato. Il progetto di autonomia strategica europea, tanto caro a Macron, si è scontrato con la realpolitik della guerra in Ucraina. Il patto franco-tedesco scricchiola. E nei dossier chiave, dalla difesa all’energia, Parigi appare più concentrata su se stessa che su una visione comune. Tutto questo rischia di trasformare la Francia in una nuova Italia del passato: un paese ammirato per la sua cultura e il suo ruolo storico, ma percepito come inaffidabile dai mercati e lento dalle istituzioni europee. Senza una scossa politica, tutto questo rischia di diventare una nostalgia più che una leva per il futuro.