“Volevo essere un duro” è un disco denso ma leggero, vitale e divertente. Temevamo che allontanarsi dall’underground potesse essere una fregatura, ma non è così
L’avvento improvviso di Lucio Corsi all’attenzione del grande pubblico italiano a bordo del veicolo Sanremo – un blitz che chiude un lungo periodo nel quale la carriera dell’artista è stata a bagnomaria, inclusi tre album pubblicati in passato – trova motivazione in semplice dato: Lucio riempie un vuoto e va a occupare uno spazio creativo da un pezzo privo di inquilini credibili nella nostra scena musicale. Poi, adesso che esce il long playing che ha fatto da incubatore alla sua apparizione festivaliera e alla rivelazione di un talento che ha il pregio di risultare facilmente accessibile, il discorso lo si può articolare con maggiore compiutezza. Nel frattempo, comunque, hanno scritto in tanti che Sanremo 2025 avrebbe dovuto vincerlo lui, incarnazione di un non meglio precisato nuovo che avanza, e l’osservazione potrebbe anche essere condivisibile, non fosse che a noi, personalmente, proprio in questa particolare occasione, alcune moine a contorno delle sue apparizioni all’Ariston, a cominciare da quella deprecabile con Topo Gigio, erano risultate un po’ indigeste, o perlomeno fastidiosamente appiccicose.
Insomma, “Volevo essere un duro” nel formato album l’abbiamo messo sul piatto con qualche riserva e un timore: vuoi vedere che certe volte prendere commiato dall’underground può rappresentare una fregatura per un personaggio a cui hai dato fiducia? Invece, per fortuna, no. Dopo alcuni ascolti questo si rivela un lavoro ben dritto, in cui Corsi non si è snaturato, ha mantenuto coerenza e ha dispiegato tutto l’impegno possibile per uscire dal suo abituale territorio delle bizzarrie e avvicinarsi alla famosa sfera dell’identificazione, quella nella quale chi ti ascolta ti capisce, s’appropria e condivide il tuo messaggio – perché in fondo è così che si diventa grandi, se il mestiere prescelto è quello del cantautore. Perciò sistemiamo una volta per tutte Corsi sulla mappa del pop italiano: in lui vanno enumerati un bel po’ di echi del glam britannico classico, quello più energico e solare, che fu di Marc Bolan e del primissimo Bowie. Poi i frutti di un’amorosa attenzione a tanti splendidi interpreti nostrani di fine Settanta, Rino Gaetano, Ivan Graziani, Alberto Fortis, perfino un po’ di Edoardo Bennato, che risuona soprattutto nel brano-pastiche “Francois Delacroix”. Il risultato è un album denso ma leggero, mezz’ora e nove pezzi, affollato di personaggi di provincia, presi di peso da quello scenario particolare che è il litorale maremmano a cui appartiene Lucio, lo stesso in cui Niccolò Ammanniti ambientò “Ti prendo e ti porto via”, il suo miglior romanzo.
Perciò, se tanto si è scritto della fantasia e dell’immaginazione di cui sono ricolme le canzoni di Lucio del passato, qui la constatazione non regge più: il suo campionario adesso pare piuttosto arrivare per intero da una vita vagabonda, spesa rimbalzando in uno spazio familiare e circoscritto, come del resto fanno tanti poeti della fuga che, per chissà quale motivo, non riescono mai ad andarsene. Anzi, ascoltando “Volevo essere un duro” viene da pensare che queste siano le cronache di un commiato da una giovinezza protrattasi fin troppo, dentro la quale si sono accumulati amori, amicizie, speranze, citazioni, chilometri, notti ed estati con la chitarra e l’ostinazione di continuare a farlo. Il che ci rende ancor più simpatico Lucio, che davvero non pare un personaggio venuto su a cavallo delle mode, ma piuttosto l’ultima versione di uno stereotipo senza tempo: il ragazzo capace d’attribuire un’importanza sterminata alla musica, al punto da farne il proprio centro di gravitazione, il motivo di cento viaggi a Londra, il linguaggio dove riversare la ridda di cose da dire, difficili da mettere in ordine, eppure tutte così care.
Anche per questo le sue canzoni sono divertenti e vitali, il suono diventa contagioso, il personaggio scivola facilmente ben dentro ai nostri favori. Merito anche della piccola squadra che lo circonda, a cominciare da Tommaso Ottomano che è il suo compare, il suo chitarrista e coautore, il regista dei suoi video (e anche di quelli dei Maneskin), il suo fotografo, un pezzo imprescindibile del suo progetto. E poi l’onnipresente Enrico Gabrielli dei Calibro 35, responsabile di diversi arrangiamenti, e Fausto Cigarini che si è occupato degli archi. Insomma Lucio Corsi è finalmente arrivato al traguardo ed è destinato a restare in circolo per un bel po’. La popolarità che lo circonda aumenterà in modo esponenziale e per verificarlo non resta che attendere la serie di concerti all’aperto di cui sarà protagonista nei mesi caldi, accompagnato da un carrozzone di artisti per descrivere il quale sono stati scomodati paragoni di peso, come la “Rolling Thunder Revue” di Dylan o i “Mad Dogs & Englishmen” di Joe Cocker. Anche meno, magari, ma la cosa che conta è che Lucio porta con sé una considerazione della musica e dei suoi rituali che sembrava dimenticata e che fa piacere pensare di rivivere anche solo in una notte di luglio, in braghe corte, t-shirt e sandali.