Estorsione, non negoziato. Pace giusta, non realistica. Guerra commerciale, non misure correttive. Riarmo, non prontezza. Imparare a chiamare le cose con il loro nome per provare a dominare la doppia minaccia del presidente americano e di quello russo
Chiamare le cose con il loro nome, in politica, non è solo un esercizio di stile, o almeno non dovrebbe esserlo, ma è un modo concreto per dimostrare, anche a se stessi, di essere in grado di comprendere la realtà esattamente per quello che è. Senza infingimenti, senza anestetici, senza furbizie linguistiche. Chiamare le cose con il loro nome, in politica, significa avere chiara quale sia la realtà che ci circonda, ma significa anche scegliere di trattare gli elettori come degli adulti. E compiere una scelta veritativa, attorno all’uso corretto delle parole, significa anche voler mettere da parte l’idea che per parlare dei problemi del presente sia doveroso immergere l’opinione pubblica in un bagno gelido di espressioni politicamente corrette, mossi magari dall’idea sciocca che cambiare il nome alle cose sia l’unico modo per muoversi nella giusta direzione senza risultare indigesti agli elettori. L’Europa di oggi, Italia compresa, di fronte alla minaccia simmetrica portata avanti contro il nostro continente da Trump e Putin sta cercando di andare nella giusta direzione, a colpi di volenterosi, a colpi di riunioni improvvisate, a colpi di cambi di direzione, anche a colpi di sanzioni (e il fatto che Putin abbia chiesto a Trump come primo elemento di un negoziato sul’Ucraina di togliere di mezzo le sanzioni alla Russia, portate avanti dall’Europa, dovrebbe far comprendere che forse le sanzioni contro la Russia non sono state inutili, anzi). Ma nella stagione in cui l’Europa dei “parassiti” è minacciata dalle menzogne dell’America trumpiana per prendere sul serio la sfida lanciata contro l’Europa, sia da Trump sia da Putin, occorre guardare in faccia la realtà e chiamare le cose con il loro nome, e con coraggio. Sergio Mattarella, tre giorni fa, parlando con alcuni studenti in occasione di un evento a Roma organizzato per celebrare i Trattati europei, ha invitato a utilizzare le giuste parole, quando si ragiona sui dazi, e ha offerto uno spunto interessante.
“Quando si parla di guerre commerciali, spesso si mette l’accento sull’aggettivo commerciali”, ha detto il capo dello stato. “Bisogna metterlo, invece, sul sostantivo ‘guerre’, perché sono guerre anche queste: di contrapposizione, che inducono poi a contrapposizioni sempre più dure e più pericolose”. Chiamare le cose con il loro nome è il modo migliore per provare a capire come dominare le minacce del presente. E per quanto possa essere doloroso ammetterlo nel mondo dei follower del trumpismo, quello che Trump propone è una guerra economica contro l’Europa, niente di più. Lo stesso ragionamento, quando si parla di reazioni alla stagione trumpian-putiniana, si potrebbe fare mettendo a fuoco un’altra grande ipocrisia dei nostri giorni: il riarmo sì o il riarmo no. Il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha chiamato inizialmente il piano di difesa dell’Europa “ReArm Europe” (non “ReArm Ue”, segno che la speranza che attraverso la difesa l’Europa possa allargare i suoi confini nuovamente anche al Regno Unito è qualcosa in più di un sogno) ma a causa delle polemiche maturate in alcuni paesi (Italia in primis) intorno alla parola “ReArm” il messaggio è stato addolcito con un incomprensibile “Readiness 2030” (dal 2031, poi, basta prontezza, of course).
Mario Draghi, ex presidente del Consiglio, ieri ha ricordato che il “riarmo europeo” non è negoziabile, e che se questo “non viene gestito correttamente, la Germania si riarmerà, ma gli altri no”. E nel farlo ha ricordato indirettamente un elemento evidente, a proposito di verità. L’Europa ha bisogno di armi, di soldati, di deterrenza, non solo di prontezza, e il riarmo non è un atto di guerra, ma di responsabilità. Perché se Trump si sfila dalla Nato dobbiamo essere pronti. E perché se a Putin viene concessa una pace non giusta, non giusta per l’Ucraina, non bisogna solo essere pronti: bisogna essere armati. La pace, già. Nelle ultime settimane, per questioni di realpolitik, per così dire, i follower del trumpismo, sia quelli di destra sia quelli di sinistra, hanno ritrovato il coraggio, per così dire, di ragionare sulla pace in Ucraina eliminando l’unico aggettivo degno di accompagnare la parola pace: giusta. Non si parla più di pace “giusta”, perché all’interno dell’idea di pace giusta è necessario immaginare che a fare sacrifici debba essere anche la Russia, non solo l’Ucraina. E la pace giusta è stata dunque sostituita da altre formule, meno divisive, meno traumatiche. Pace immediata. Pace realistica. Compromesso pragmatico. Cessate il fuoco realistico. Dimenticando che l’unica pace degna per l’Ucraina è quella che semplicemente non premia l’aggressore ed è quella che semplicemente non mette Putin nelle stesse condizioni in cui si trovò Hitler nel 1938 a Monaco quando Chamberlain al Putin dell’epoca concesse i Sudeti e pensò di poter costruire sulla base della resa una pace duratura.
Chiamare le cose con il loro nome significa capire tutto questo, significa guardare in faccia la realtà. Significa comprendere che quello di Trump, verso l’Europa, è un “ricatto”, non una “trattativa”. Significa capire che quella che Trump sta portando avanti in Ucraina con le terre rare è una “estorsione”, non un “negoziato”. E significa molto banalmente capire, a proposito di parole utilizzate con timidezza, che in Ucraina non è in ballo il futuro di un paese. E’ in ballo qualcosa di più importante. Segniamocela questa parola, tornerà utile nel futuro: non si chiama “geopolitica”, si chiama “democrazia”. Chiamare le cose con il loro nome è il modo migliore per guardare in faccia la realtà, capirla, governarla e provare un giorno magari persino a dominarla.