La segretaria del Pd dice no alla commissaria Ue. La minoranza mastica amaro, ma evita lo scontro. Telefonata a Sanchez della segretaria per cercare un asse
Fuori dal Parlamento, quando Elly si è fatta verbo già da un po’, Arturo Scotto e Paolo Ciani – sinistra dem e correntina di Sant’Egidio – passeggiano felici e contenti: “La segretaria Schlein è stata bravissima, e ha detto tutto”. La segretaria del Pd, prima delegazione socialista all’Eurocamera, alla fine ha bocciato il piano di Ursula von der Leyen. “A partire dal titolo che punta sul riarmo e non emerge un indirizzo politico chiaro verso la difesa comune”. E poi nel merito “ su come funzionerebbe il nuovo meccanismo in stile Sure” ma anche “nell’utilizzare i fondi di coesione per finanziare le spese militari nazionali”. Schlein sentenzia: “E’ inaccettabile”. La faccenda è complessa, ma adesso la segretaria deve provare a non restare isolata nella famiglia dei socialisti per non dare adito a chi, nella minoranza, le dice sottovoce: “Così inseguiamo Conte e il M5s”.
Dovendo fare il conto della serva il no “al piano Ursula sul riarmo” accomuna Pd, M5s, Avs e Lega. E allo stesso tempo, visto che la guerra in Ucraina è ormai una battaglia di politica interna più che di assetto estero, è tutto un rincorrersi nelle piazze. Conte per esempio non andrà a quella del 15 marzo a cui aderirà il Pd e il Pd allo stesso tempo ci sarà, pur avendo bocciato il piano di Bruxelles. Passaggio abbastanza stretto per Schlein che per non sentirsi isolata dentro il gruppo di S&D fa uscire dopo la bocciatura di aver parlato con il premier socialista Pedro Sánchez “per fare un punto sullo scenario internazionale”. Oggi si vedranno gli eletti “per verificare nella discussione le sfumature per capire a quale sintesi si arriva”. La ChatGpt del Pd, cioè l’intelligenza artificiale che scrive in automatico le dinamiche interne del Nazareno, porterebbe al seguente risultato: i riformisti, dunque la minoranza, sono contrari alla bocciatura della segretaria, senza mediazione della segretaria. Tuttavia le posizioni sono meno nette. Lorenzo Guerini, dopo aver presieduto la seduta del Copasir, dice che “l’esigenza della crescita della Difesa europea è ineludibile”. Perché, spiega l’ex ministro, lo richiede il contesto attuale e la definizione di una vera autonomia strategica europea. “Altrimenti facciamo solo chiacchiere”. E la proposta von der Leyen? “Definisce giustamente l’obiettivo in termini di risorse, ma così come è stata prospettata necessita di essere modificata: è sbagliato l’utilizzo dei fondi di coesione e c’è poco coraggio a sostenere un vero salto in senso europeo delle spese per la difesa”. Vista dall’alto e sommando i dubbi, sembra quasi che il Pd fatichi a trovare una posizione netta in queste ore folli e sincopate del conflitto ai confini dell’Europa: né con Trump, né con Putin né con Zelensky ma con chi? Una foto sbiadita di una posizione che a specchio sembra fare il verso alle accuse che proprio Schlein scaglia alla premier Meloni. Anche qui, per gli amanti delle semplificazioni, gli unici partiti di governo che schierano a favore del riarmo di von der Leyen sono Forza Italia, con il vicepremier Antonio Tajani, e Fratelli d’Italia, per bocca del capo delegazione di Fratelli d’Italia a Strasburgo di Fratelli d’Italia Carlo Fidanza perché “passa finalmente dalla mera enunciazione di principio a strumenti concreti per rafforzare il quadro degli investimenti europei nella difesa”. Sugli investimenti comuni, il partito di Meloni vuole capire come saranno scritte le norme perché sugli acquisti comuni “rischiamo di perdere spazio nei confronti delle aziende francesi”. Mentre sui fondi di coesione, Fratelli d’Italia, assicura che non usufruirà della possibile flessibilità di dirottare i fondi. Ma bisogna tornare al Pd dove il dibattito interno seppur soffocato resta la medicina contro la stabilità. Per esempio, per gli amanti del genere, il primo a bocciare il piano, anticipando Schlein, è stato Andrea Orlando, il big tornato in Liguria come consigliere regionale seppur con un ruolo nazionale, attraverso un tweet: “Nelle parole di von der Leyen non solo non c’è l’Europa che vorremmo ma neppure qualcosa che assomigli ad un sistema di Difesa comune”. E mentre volteggiava nell’aria il “non possumus” della sinistra dem, da Strasburgo Pina Picierno, vicepresidente del parlamento europeo, lanciava l’appello “per un’Europa libera e forte in 5 punti”. Tra i firmatari i parlamentari Alessandro Alfieri, Filippo Sensi, Lia Quartapelle e Piero Fassino insieme, tra gli altri, a Raphael Glucksmann, membro del gruppo S&D al Parlamento europeo e fondatore di Place Publique. Sono mille le adesioni, secondo i promotori. Tra i punti c’è la difesa comune. A fine serata ecco la posizione del gruppo socialista, intercettata dal Foglio. Va riportata integralmente per capire le differenze con quella del Pd, ben più aspra: “Accogliamo con favore l’idea di potenziare la capacità di difesa dell’Ue. L’attuale contesto geopolitico necessita di una vera mobilitazione. Dobbiamo migliorare il nostro modo di agire e investire, ridurre la nostra dipendenza e aumentare la nostra autonomia strategica. La sicurezza non riguarda solo l’armamento dell’Europa, ma anche il miglioramento della nostra resilienza e la salvaguardia del nostro stato sociale. Non possiamo fare affidamento solo sulla clausola di salvaguardia del Patto di stabilità e crescita, dobbiamo anche aumentare il debito comune tenendo conto dell’esperienza della Next Generation Eu”.