Sul referendum per abrogare il Jobs act si decide la storia del Pd

Al di là del quesito referendario, al di là delle argomentazioni fallaci della Cgil che lo ha proposto, per i dem rappresenta la scelta tra essere riformisti o diventare massimalisti

Il referendum abrogativo del Jobs act, cioè della nuova disciplina dei licenziamenti che h sostituito l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, è stato promosso dalla Cgil e ora tocca al Partito democratico, che durante il governo Renzi lo aveva approvato, decidere se sostenerlo. Rinnegare in modo così eclatante una propria legge avrebbe il senso di un capovolgimento di linea e questo, naturalmente suscita controversie piuttosto accese.


Nel merito, gli argomenti della Cgil, che denuncia l’attacco all’occupazione e la sua precarizzazione per effetto del Jobs act, appaiono smentiti dai fatti: dal 2015, data di approvazione della legge, l’occupazione è aumentata, i licenziamenti invece no e, per giunta, l’occupazione a tempo determinato è cresciuta molto più di quella a tempo determinato. Naturalmente le azioni di promozione del lavoro possono e devono essere migliorate ed è comprensibile che l’opposizione critichi quelle che considera insufficienze del governo, ma è assai discutibile che i miglioramenti possano provenire da un ritorno all’indietro, a una situazione in cui, per la difficoltà a licenziare manodopera in eccesso le imprese non assumevano a tempo indeterminato, con effetti nefasti sia per le imprese sia per il lavoro. Inoltre, con l’abrogazione si peggiorano anche le dimensioni del risarcimento per ingiusto licenziamento, che tornerebbero a 24 mesi mentre ora sono di 36.



Le possibilità che il referendum raggiunga il quorum di validità che richiede la partecipazione al voto della maggioranza degli aventi diritto è piuttosto scarsa, il che però non toglie rilievo alla discussione interna al Pd: in gioco c’è la sua linea: riformista o massimalista? In ballo c’è anche la questione delle relazioni tra il Pd e la Cgil, col rischio di un ribaltamento dell’antica e superata prassi della “cinghia di trasmissione”, che una volta funzionava dal patito al sindacato e ora si rischia di veder funzionare in senso opposto.

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