La contraddizione è che in Italia non lavorare conviene troppo. Prospettive fosche per il futuro prossimo, senza retorica
Come avevamo previsto nella precedente nota, nel mese di dicembre prosegue, seppur per cifre modeste il calo degli occupati: – 4.000 posti rispetto al mese di novembre che a sua volta aveva segnato una riduzione di 13.000 posti rispetto a ottobre quando si toccò la punta massima con 24.083.000 occupati. La situazione. In particolare a dicembre sono aumentati di 93 mila unità i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, mentre si sono ridotti, come negli scorsi mesi, di 69 mila unità i lavoratori a tempo determinato e i lavoratori autonomi (-28 mila). Restano altalenanti nei mesi i dati su inattivi e disoccupati. Rende meglio la situazione occupazionale il raffronto a un anno: dicembre 2024 su dicembre 2023. Gli occupati totali raggiungono il livello annuale più elevato di sempre con 24.065.000, in crescita di 274.000 unità (+1,2 per cento) rispetto ai 23.791.000 del 2023; una crescita inferiore a quella registrata tra il 2022 e il 2023 (+513.000) ma quello che rileva maggiormente è l’incremento rispetto al 2019, anno record per l’occupazione italiana con un + 1.039.000 occupati.
In dettaglio, si registra una crescita dei lavoratori dipendenti (+ 285 mila) e una riduzione del lavoro autonomo (-11 mila); tra i dipendenti aumentano i rapporti di lavoro a tempo indeterminato (+687 mila), mentre si riducono in modo consistente i rapporti a tempo determinato (-402 mila): la precarietà di Landini va in pezzi. I nuovi posti di lavoro (+274 mila) sono equamente distribuiti tra maschi (+138 mila) e femmine (+136 mila). Aumenta in modo preoccupante (+167 mila) il numero delle persone inattive tra i 15 e 64 anni (+1, per cento sul 2023) mentre i disoccupati si riducono di 213 mila unità restando tuttavia a oltre 1,593 milioni. Pertanto, il tasso di occupazione totale della popolazione tra i 15 e i 64 anni è pari al 62,3 per cento, composto da un tasso di occupazione maschile pari al 71,2 per cento e a quello femminile del 53,4 per cento; permangono le profonde differenze territoriali; secondo i dati 2023 di Istat, il tasso di occupazione al nord è pari al 69,4 per cento, in crescita dell’1,3 per cento, al sud del 48,2 (in crescita dell’1,6 per cento) mentre il centro cresce dell’1,1 per cento, a 65,9. Il tasso di disoccupazione cala al 6,2 (-0,9 per cento) mentre quello degli inattivi sale alla pericolosa percentuale del 33,5 (+0,3 per cento). Il tasso di disoccupazione nelle regioni meridionali (14 per cento) è circa tre volte quello del nord (4,6 per cento). Resta il fatto che su circa 38 milioni di italiani in età da lavoro lavorano solo poco più di 24 milioni. Per questo fatto siamo ultimi nelle classifiche Eurostat (27 + 1 paesi) per tasso di occupazione totale con circa 9 punti percentuali in meno rispetto alla media Ue 27, e 15 punti in meno rispetto ai competitor Olanda, Svezia, Danimarca e Germania; peggio per il tasso femminile (rispettivamente – 13 pp e – 22 pp); ancora più negativo il confronto tra i giovani 15 – 24 anni: – 15 per cento rispetto alla media e -35 per cento rispetto ai paesi citati. Il tasso di occupazione tra i 55 e 64 anni resta fermo (anche per le continue anticipazioni) al 57 per cento; cioè, solo poco più della metà di quelli che hanno tra i 55 e i 64 anni lavorano: sembra il paese del bengodi. Poi però abbiamo oltre 3 mila miliardi di debito.
Al di là dei proclami di giubilo per l’aumento dell’occupazione, la situazione è preoccupante; i motivi sono da ricercarsi negli “incentivi impliciti al non lavoro”; tra questi, l’eccessiva spesa assistenziale che cresce a tassi annui superiori al 5 per cento, l’Isee (la fabbrica del nero), l’Assegno unico e universale, le anticipazioni pensionistiche e i troppi sussidi. Nel 2023 lo stato ha trasferito all’Inps per il sostegno alla spesa assistenziale e la lotta alla povertà 164,5 miliardi (20 miliardi meno della spesa pensionistica al netto delle tasse) tutti a carico della fiscalità generale che langue, cifra che aumenta ancora nel 2024. E nella legge di Bilancio sono previste altre assistenze mentre c’è poca traccia di politiche attive del lavoro e taglio degli inutili sussidi a carico della fiscalità generale. Tra casse integrazioni, naspi ed ex Rdc ora Adi, sono assistiti oltre 5 milioni di persone ogni anno.
Le prospettive. Nel 2024, secondo gli ultimi dati Inps, sono aumentate le richieste di cassa integrazione rispetto al 2023 soprattutto nei settori “energia elettrica, gas e acqua” (+92,6 per cento), all’automotive, dove il numero di ore di cassa ordinaria è quasi triplicato (da 7,2 a 20,1 milioni di ore), mentre la cassa straordinaria si è ridotta e nel tessile-abbigliamento, dove le ore autorizzate sono raddoppiate tra 2023 e 2024. Le previsioni per il 2025 sono per un ulteriore incremento della Cassa integrazione e della Naspi, che è aumentata nel 2024 dell’1 per cento sull’anno precedente, soprattutto considerando i dati sulla produzione industriale che in Italia è in calo da 23 mesi e nel 2024 si è ridotta del 3,5 per cento con un crollo nel dicembre scorso del 7,1 per cento e accentuata in settori come l’automotive (-23,6), tessile e abbigliamento (-18,3) e metallurgia (-14,6), complice anche la crisi europea (tedesca in particolare) in diversi settori quali l’automotive e gli elettrodomestici. L’Istat rileva che la capacità produttiva è scesa sotto il 75 per cento, ai minimi dal periodo del Covid. Inoltre, permangono tre gravi problemi per l’economia italiana: il costo dell’energia che è tra i più elevati dell’area Ocse; la pressoché assenza del sistema bancario nel finanziamento delle pmi e microimprese, che rappresentano oltre il 96 per cento del totale delle attività, e quelle sotto i 20 dipendenti, occupano oltre il 51 per cento dei lavoratori; le grandi banche che hanno accorpato la maggior parte delle banche territoriali non prendono neppure in considerazione le micro imprese che senza questi sostegni non crescono e non fanno investimenti perdendo così in produttività, il che si riflette sui bassi salari. Infine, la burocrazia che strozza le attività produttive. Risultato, una modesta crescita del pil stimato per il 2025 e 2026 attorno allo 0,8 per cento. Per cui, senza considerare gli effetti degli eventuali dazi di Trump, le previsioni per l’occupazione non sono positive, nonostante il settore turistico e alberghiero abbia nei fatti sostenuto molto l’occupazione e il trend di discesa del tasso di occupazione potrebbe proseguire anche nei primi mesi del 2025.
Alberto Brambilla
presidente Centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali