Con l’ingresso di Poste in Tim torna d’attualità il vecchio piano per la rete unica in fibra ottica
L’ingresso di Poste in Tim non delinea a tutti i costi uno scenario alternativo ad una aggregazione dell’ex monopolista con il gruppo francese Iliad. Quest’ultimo, infatti, è ancora in gioco come risulta al Foglio da fonti finanziarie, che assicurano che il canale con il governo è tutt’oggi aperto per valutare le possibili opzioni che potrebbero portare a un consolidamento nel settore dei servizi telefonici. Anzi, a quanto si apprende, l’acquisto da parte di Poste del 9 per cento di Tim, basata sullo scambio con Cdp-Nexi, è stato tutt’altro che un fulmine a ciel sereno per Iliad. E d’altronde, caso Tim a parte, da tempo sono note le intenzioni di Palazzo Chigi di creare ordine nel settore, spinte anche dalla necessità di dare alla Cassa guidata da Dario Scannapieco un ruolo strategico sul fronte della rete unica nazionale. Nel riassetto delle telecomunicazioni italiane si può indovinare un filo conduttore gradito a Palazzo Chigi che sta seguendo una strategia che si basa sulla separazione tra le infrastrutture di rete e le attività dei servizi, due business che per svilupparsi hanno bisogno di una diversa tipologia di investitori oltre che di un approccio strategico differenziato.
Il Mef guidato da Giancarlo Giorgetti vuole essere presente su entrambi i fronti per ridare allo stato un po’ quel ruolo di azionista pubblico che aveva negli anni Novanta sebbene con pesi e misure mitigati dalla presenza di operatori di mercato che hanno sia le risorse sia il know how. In più negli ultimi tempi è aumentata la consapevolezza che il consolidamento è l’unica via d’uscita alla crisi dei servizi telefonici, settore che genera pochi margini di guadagno, scarsi dividendi per gli azionisti ma soprattutto mette in campo sempre minori investimenti. Passare dagli attuali quattro operatori principali (Tim, Vodafone-Fastweb, Wind e Iliad) a tre, come negli altri paesi europei, sembra ormai un obiettivo condiviso anche negli ambienti di governo, a patto che vengano tutelati i livelli occupazionali, cioè che le aggregazioni telefoniche non si traducano in migliaia di licenziamenti. Per questo le interlocuzioni con Iliad, che ha come advisor Mediobanca, si sono aperte lo scorso autunno in un clima abbastanza disteso e si sono spinte molto in avanti (si era parlato addirittura di un imminente lancio di un’opa su Tim da parte di Iliad). Chi, però, ha pensato che l’origine “francese” di Iliad potesse essere in questo specifico caso un motivo per il governo per bloccare ogni tipo di confronto e scegliere una strada “alternativa” attraverso Poste si sbaglia: la convivenza è possibile. Di sicuro, quello che vuole evitare il ministro Giancarlo Giorgetti è lo spezzatino di Tim in tre business, consumer, enterprise e Brasile, l’opzione proposte da alcune banche d’affari nell’ottica di una valorizzazione finanziaria degli asset, così come è prioritario per il ministro che vengano preservati i posti di lavoro.
Detto questo, l’ipotesi che il consolidamento dei servizi passi attraverso un grande riassetto azionario in Tim, con Poste a rappresentare il presidio pubblico e con il coinvolgimento di Iliad che potrebbe rilevare la quota di Vivendi, non solo non si può escludere ma a quanto pare è il tema tornato d’attualità nelle stanze dell’esecutivo. Sul fronte della rete unica la novità principale è che il governo sta muovendo i primi passi per avviare un confronto con Bruxelles: la fusione tra FiberCo, che è la società oggi proprietaria della ex rete fissa di Telecom, che vede il Mef come secondo socio dopo il fondo Kkr, e la Open Fiber, che fa capo a Cdp e al fondo australiano Macquarie e che opera sempre nelle infrastrutture di rete, dovrà, infatti, passare al vaglio dell’antitrust europeo. Ci vorrà tempo, ma non c’è da dubitare che il Mef sia intenzionato a spingere in questa direzione anche nell’interesse di Tim che per effetto della nascita della rete unica può incassare un ulteriore miliardo in base agli accordi sottoscritti a suo tempo con Kkr. Intanto, però, lo choc del “buco” da 450 milioni negli utili 2025 di FiberCo segnalato dall’ex ad Luigi Ferraris non è stato ancora superato né è chiaro se e in che misura potrà incidere sul piano degli investimenti industriali. Che si tratti di una questione meramente contabile o più di sostanza, poco cambia rispetto alla scelta che è stata fatta dal governo Meloni di avallare la vendita dell’infrastruttura fissa da parte di Tim a un fondo di private equity che si è fatto carico di 10 miliardi di debiti della società e del piano per lo sviluppo della rete.